| « Atti della V° Giornata Regionale sull'Educazione alla Legalità | CONTINUAZIONE II° PARTE » |
ANTONIO ALVARO
(Presidente Comunità Montana Versante Tirrenico-Meridionale)
Sento prima di ogni altra cosa di dover ringraziare l’Associazione di cui è Presidente il dott. Giuseppe Scerra per l’opportunità che offre ogni anno al riscatto dell’Aspromonte, così come mi sento di salutare e ringraziare tutte le Autorità intervenute.
Credo che questa manifestazione rappresenti uno dei momenti più significativi e di più alto impegno per questa terra.
Ho sostenuto e sostengo che l’illegalità può essere sconfitta e debellata solo attraverso l’apporto quotidiano di tutta la gente onesta che vuole vivere ed operare nel rispetto delle leggi, che deve trovare il coraggio per costituire un argine possente contro la criminalità. Qualunque sia la sua missione, il suo mestiere o la sua funzione.
Certo è indispensabile la repressione, ma reprimere significa intervenire troppo tardi.
È, a mio modesto avviso, fondamentale prevenire la nascita della mentalità mafiosa.
Le sedi principali dove affrontare la prevenzione della mafiosità sono, in primis, la famiglia e la scuola.
La famiglia è la sede dove iniziare rispettando la legalità. È lì che inizia il cammino di crescita, ed è nella famiglia che bisogna sforzarsi di dare l’esempio di quanto sia importante rispettare le regole che ogni società organizzata si è data, per crescere e progredire in un sano sviluppo.
Altrettanto va fatto nell’ambiente scolastico. La Scuola è il primo approccio del bambino con la società organizzata e per questo è di fondamentale importanza.
Certo, la Scuola fa tanto per dare una corretta impostazione culturale, ma è soprattutto la crescita umana ed il rispetto dei valori democratici della legalità che deve essere inculcato nei giovani.
La vera scelta è oggi rimboccarsi le maniche, aiutarsi vicendevolmente unire le forze, dare impulso alla nostra coscienza per dare forza e darci forza. Non con azioni frammentarie e discontinue, ma con l’impegno continuo e costante. Si tratta di costruire, mattone su mattone con tenacia e assiduità una mentalità capace di scrollarsi di dosso i nefasti di coloro che con arroganza, con la violenza e la sopraffazione, hanno fatto diventare questa terra il simbolo dell’illegalità.
Sbaglia chi pensa che il crimine organizzato sia un fenomeno solo da reprimere. ci sono la Magistratura, l’Arma dei Carabinieri e i Corpi di Polizia che sanno fare egregiamente il loro lavoro.
Sono la paura e il disimpegno i mali peggiori contro cui dobbiamo combattere.
È contro la mentalità mafiosa che bisogna combattere, prevenendone la formazione e dimostrando che l’Aspromonte può e deve rinascere, servendosi del contributo di tutti: dei suoi figli più illustri come di quelli più umili, ma non per questo meno importanti.
La Comunità Montana di Delianuova, di cui sono amministratore, ha sempre privilegiato il rapporto con la scuola, proprio in virtù del fatto che considera l’Istituzione scolastica la prima vera formazione dell’individuo. Ecco la sfida che deve partire dalla giornata di oggi; sforziamoci di intervenire sempre di più e sempre meglio tracciando limiti netti fra la legalità e l’illegalità. Facciamolo partendo dalla famiglia ed invitiamo la Scuola a fare un po’ di più. Lo faremo per un fine bellissimo: il progresso civile e sociale della nostra tanto amata terra.
LEO AUTELLITANO
(Presidente del Parco Nazionale dell'Aspromonte)
Signori e signore, autorità civili, militari e religiose presenti a questa importante manifestazione organizzata dall’Associazione Culturale “N. Spadaro” di Delianuova.
Il titolo “Legalità: Prevenzione, repressione, recupero”. è certamente impegnativo ma dà a tutti la possibilità di portare un contributo al fine di lasciarlo come testimonianza in questo particolare momento che ha veramente bisogno di segni forti in tal senso.
Il tema, intriso di profondi significati, concorre all’importante crescita umana e culturale che ne deriva grazie all’impegno di chi ogni giorno testimonia questo grande valore.
In una società quale la nostra, dove è forte il richiamo a tale significato ed ancor più alla testimonianza, iniziative di questo genere, sicuramente, incrementano il bagaglio della nostra terra arricchendola ancora una volta di una goccia che può e deve far cambiare il mondo.
Sono profondamente convinto che le nuove generazioni stanno cambiando perché sentono forte l’esigenza di vivere la legalità così come sono profondamente convinto che sono necessari ed indispensabili pilastri di riferimento: uomini veri capaci di proiettare nel presente gli spazi del futuro e le luci che illuminano come fari la vita di chi si pone nel meraviglioso percorso della stessa.
Il nostro vero investimento, la nostra vera ricchezza sono proprio i giovani, quelli già formati e quelli da formare poiché non bisogna mai perdere di vista la possibilità di recuperare anche gli irrecuperabili.
Una vera e propria missione questa, difficile e talvolta irraggiungibile ma come tutte le sfide va perseguita fino in fondo senza avere mai il dubbio di non avere fatto il possibile per migliorare il mondo.
La società, purtroppo è contaminata da persone che non sono state recuperate, da persone, forse, troppe volte lasciate sole o per scelta o per vicissitudini della vita, da persone che non hanno mai avuto un punto vero di riferimento e che hanno inteso quale obiettivo della vita il lasciarsi portare da “un vento” qualsiasi.
La nostra presenza qui è per dire fortemente che deve essere “il vento” e non “un vento” a portare il nostro “io” per le strade del mondo. Deve essere il vento della coerenza, della profondità, della democrazia e della legalità ad accompagnare ogni azione dell’uomo perché la legalità è la base della democrazia, è il perno della libertà, è il baricentro del benessere, della serenità e della felicità di ogni individuo.
Tutto è un sistema in cascata. Tutto è come una pietra lanciata in uno stagno. La caduta in un punto qualsiasi provoca centri concentrici che via via si allontanano dal centro.
Questo è ciò che accade all’uomo che non vive la legalità. Non fa del male solo a sè stesso ma anche agli altri provocando drammi nelle vite altrui. Direi che si contaminano “acque” che casualmente si incontrano nel grande fiume delle vita.
Un uomo recuperato, invece, corrisponde a quella pietra mai buttata nello stagno. La stessa potrà essere usata per una grande costruzione. La costruzione del mondo che vive profondamente nel corso della vita ma principalmente nel cuore dello stesso uomo, vero universo e vera galassia ricca di luce.
TAVOLA ROTONDA
“LEGALITÀ: PREVENZIONE, REPRESSIONE, RECUPERO”.
Moderatore e relatore: Dott. Franco Bruno
Interventi: Dott. Roberto Di Palma
Dott. Giuseppe Priolo
Dott. Piero Fantozzi
DOTT. FRANCO BRUNO
(Giornalista)
Questa giornata regionale che l’Associazione “Nicola Spataro” ha istituzionalizzato sui Piani di Carmelia, nel cuore dell’Aspromonte, rappresenta ormai l’occasione per tracciare un bilancio di quello che è stato fatto in un anno in Calabria per irrobustire il concetto di legalità e promuoverlo come valore.
Ogni appuntamento propone un approfondimento diverso. Questa volta a noi relatori viene chiesto di pronunciarci sul rapporto di causa ed effetto che può esserci fra la prevenzione, la repressione, il recupero e la legalità.
Non c’è dubbio che si tratta di tre aree di intervento distinte che, se sapientemente utilizzate, possono determinare una elevazione del tasso di legalità.
La storia ci ha insegnato che l’azione repressiva, da sola, non è sufficiente a svuotare il mare dei comportamenti illegali. Occorre costruire altri due presidi, a monte e a valle dell’attività repressiva, che riducano le dimensioni del fenomeno.
Da diversi anni, almeno dieci ormai, stiamo investendo in Calabria energie e risorse per realizzare efficaci percorsi di prevenzione e di recupero.
È sotto gli occhi di tutti l’impegno della Chiesa calabrese, attraverso tutte le sue articolazioni: dalle parrocchie, all’universo del volontariato cattolico. Oggi abbiamo avuto qui il vescovo di Locri, monsignor Bregantini che, senza bisogno di elencare tutte le iniziative avviate, nella sua diocesi ha realizzato un laboratorio dove si sperimentano nuove e avanzate forme di prevenzione e recupero. E parliamo di una delle aree più complesse e a rischio di tutta la Calabria.
Alla stesso modo va sottolineato il lavoro che svolge l’istituzione scolastica, qui rappresentata dall’amico Guido Leone, uno dei primi a sperimentare attività extra scolastiche finalizzate alla promozione della legalità fra gli studenti calabresi.
E poi tanti movimenti e associazioni, compresa quella che ci ospita e che ha costruito attorno alla passione per la musica un fulcro di interesse, e perché no, una prospettiva futura, per tanti ragazzi di questa zona dell’Aspromonte, grazie all’entusiasmo del dottor Giuseppe Scerra.
Insomma, un bilancio largamente positivo, anche quest’anno, sul piano delle attività messe in campo per tenere alta la tensione nel contrasto alla criminalità organizzata e diffondere la cultura della legalità in tutto il territorio calabrese.
La domanda da porre, semmai, è se i risultati raggiunti siano adeguati alle energie e alle risorse profuse; cioè se in tutti questi anni il livello di legalità nella nostra regione è aumentato e di quanto.
Rispondere è quasi impossibile.
Sicuramente è cresciuta nella società calabrese, individualmente e collettivamente, l’aspirazione alla legalità. Se vogliamo dircelo, si è sviluppata anche una sensibilità che aiuta a distinguere con maggiore nettezza, rispetto al passato, i comportamenti leciti da quelli illeciti; a essere più consapevoli dei diritti e anche dei doveri.
Ma dire che tutto questo ha contribuito ad elevare in cifra assoluta il tasso di legalità nella nostra regione, è cosa diversa.
Intanto perché questo tasso non è stabile, anzi è molto mobile, può oscillare e lo fa, verso il basso o verso l’alto, a causa di molti fattori.
Se, per esempio, si guarda alla situazione della Calabria dagli ultimi dieci anni ad oggi, verrebbe naturale concludere che tutto l’impegno mirato a promuovere la legalità ha prodotto ben scarsi risultati.
Ma sappiamo tutti che non è così. Sappiamo però altrettanto bene che alcuni errori nell’attività di prevenzione e recupero, ci sono stati; che forse alcuni ambiti territoriali e sociali sono stati inopinatamente trascurati e in altri si sono realizzati doppioni, con spreco di risorse.
Manca, in questo come in tanti altri settori della vita calabrese, una programmazione.
E questo mi porta alla seconda considerazione: non esiste una formula in grado di calcolare il livello di legalità raggiunto da una comunità in un certo arco di tempo. Ogni valutazione è ispirata da giudizi estremamente soggettivi, che si basano sul vissuto individuale. Peggio, più è forte lo status comunicativo del soggetto che esprime il giudizio, più alto è il rischio di una generalizzazione fuorviante.
È probabile, ad esempio, che i partecipanti, o alcuni di loro, a questa stessa manifestazione due anni fa, siano stati animati da maggiore entusiasmo e fiducia nella possibilità di trasformare la Calabria in una regione legale, di quanto ce ne possa essere oggi.
Qui sul palco siamo un magistrato, un sociologo, un prefetto e un giornalista. È normale che ognuno di noi percepisca un livello diverso di legalità.
Questo dipende dagli ambiti territoriali e dal sistema relazionale in cui ognuno di noi si muove.
Il magistrato può essere più ottimista se nella sua circoscrizione, ad esempio, sono stati assicurati alla giustizia più latitanti o più organizzazioni criminali; il prefetto, se sono stati sciolti Enti poco trasparenti o se, dal suo osservatorio, verifica una diffusa responsabilità nella gestione della cosa pubblica.
Tutti questi sono fattori, che fra l’altro attengono solo al versante della repressione, importanti, ma parziali per determinare il tasso di legalità di un territorio o di una intera regione.
Per rispondere esaurientemente alla domanda che ci siamo posti, è necessario individuare, con un procedimento scientifico, un insieme di indicatori in grado di misurare il livello di legalità di un territorio, più o meno vasto, con un margine di approssimazione il più possibile ridotto.
Per rendere l’idea, si tratta di costruire un modello statistico come quello usato per calcolare la qualità della vita nei capoluoghi italiani, di cui per altro la legalità è parte, che ogni anno viene proposto dal “Sole 24 Ore”.
Uno strumento del genere, a disposizione delle istituzioni e di quanti a vario titolo concorrono a formare cultura della legalità, consentirebbe di graduare, distribuire e armonizzare gli interventi di prevenzione e recupero e, perché no, orientare anche il lavoro di repressione, per renderlo più calzante ed efficace, rispetto alle esigenze dei territori e delle comunità.
DOTT. ROBERTO DI PALMA
(Magistrato)
Saluti e ringraziamenti:
ai convenuti, agli organizzatori, ai co-relatori;
a tutti per la fiducia accordatami nell’invitarmi quale relatore ed anche per avermi fatto fare questa “gita” a Delianuova, Paese che – nella Piana – per svariati motivi ritengo un po’ la mia seconda casa.
Premetto che parlo a titolo personale e che ciò che andrò a dire – pur sintetizzando un’opinione comune fra i miei colleghi – non è certamente la voce ufficiale della Procura della Repubblica di Reggio Calabria e men che meno della Magistratura del Distretto: tale compito non mi compete.
Il tema del convegno è estremamente ampio: tocca problemi morali, etici, sociali, politici, giuridici.
E, fra questi ultimi, alcuni strettamente connessi alla attività lavorativa che svolgo (Magistrato del Pubblico Ministero, ossia inquirente) altri più propriamente di Polizia, precisamente nell’ottica della prevenzione e sicurezza pubblica.
Dunque, atteso il tempo a mia disposizione, attesa la necessità di non sottoporre ad un inutile “Calvario” l’auditorio, attese le mie specifiche competenze, cercherò di focalizzare il mio intervento soprattutto sul tema della “REPRESSIONE”, toccando solo in limine quelli della “Prevenzione” e del “Recupero”.
I temi che riguardano il processo penale sono tanti: se ne potrebbe discutere per giorni interi.
Necessariamente, dunque, dovrò fare solo dei brevi accenni alle problematiche più significative.
Ma prima, mi pare opportuno delineare il concetto stesso di Legalità:
“Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si uniscono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione...” Cesare Beccaria
Con il termine legalità si intende l’osservanza delle leggi, cioè il rispetto delle norme democratiche che regolano la vita civile.
Un noto politico, ultimamente ha correttamente affermato che: “La legalità non è di destra o di sinistra. La legalità non ha, e non deve avere, colore politico.
È un diritto fondamentale dei cittadini, e chiunque è al governo di una comunità sa che assicurarne il rispetto è un suo compito, un suo dovere”.
Lo stato deve essere il primo garante della legalità, praticando quei comportamenti corretti che poi si esigono dai cittadini e assicurando alla giustizia i criminali.
La legalità ha bisogno di ragioni più profonde per affermarsi e, tra queste, una delle più importanti è che essa conviene alla società. Nella società attuale ci sono molte regole da rispettare.
Dunque, la legalità è il rispetto delle regole che deve essere ricercato non tanto in un dovere astratto di ossequio formale ma in una motivazione profonda e convinta. È proprio in questo concetto che si risolve il rapporto tra etica e legalità, rapporto che è antico quanto il diritto stesso.
Oggi dobbiamo registrare una profonda crisi della legalità sotto i diversi profili di una crisi del diritto in sé, della credibilità dell’organizzazione dello Stato e delle sue istituzioni, della cultura, della comunità civile.
Troppe norme e spesso confuse, tribunali intasati, processi lunghi, difficoltà nell’applicare le pene e conseguente sfiducia dei cittadini,
Questo dato è stato – ed è costantemente – affermato e ribadito da autorevoli fonti: dalle Relazioni annuali del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, alla nota pastorale della CEI datata 04 ottobre 1991 (la quale, testualmente, parla di “eclissi della legalità”), ad interventi di autorevoli esperti – fra cui politici e sociologi –, ai rapporti del CENSIS ad, ormai, infiniti sondaggi d’opinione.
La giustizia – dunque - è in crisi, e le fa eco il senso di sicurezza, questa crisi è percepibile sia nei reati riconducibili alla criminalità comune o organizzata, sia nella tolleranza che viene riservata ad una serie di comportamenti illeciti.
Quali sono i mali che affliggono il processo penale?
Lentezza, dispendiosità, incertezza assoluta della pena.
Come è facilmente constatabile, i dati ufficiali forniti annualmente dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione dimostrano che le leggi approvate negli ultimi anni favoriscono il cumulo dei processi e ne allungano i tempi.
Essi dimostrano anche che i rimedi proposti ultimamente, quali separazione delle carriere dei magistrati e limitazione dell’autonomia della magistratura, con i problemi riguardanti la giustizia dei cittadini non c’entrano niente. I processi civili e penali irrisolti sono circa 10 milioni, dei quali circa 4 milioni i processi penali e i rimanenti quelli civili.
Anche se si dovesse raddoppiare il numero dei magistrati, operazione impossibile per la difficoltà a reperire i fondi necessari. Si dovrebbero, per esempio, chiudere le scuole o tagliare le pensioni per raggranellarli, a maggior ragione di questi tempi dal momento che l’economia del paese è stagnate e le entrate fiscali non aumentano. Allora, probabilmente, è, non tanto opportuno, ma assolutamente necessario cambiare le regole del processo penale.
I rimedi, a mio sommesso avviso, e come – peraltro - sostenuto anche da altri autorevoli studiosi del fenomeno, si possono così sintetizzare: esecuzione provvisoria della sentenza di primo grado come avviene in tutti i paesi con processo a rito accusatorio; limitazione dell’appello, riforma delle impugnazioni e della prescrizione dei reati.
Sul punto, ricordo che in Parlamento proposte serie per ridurre i tempi dei processi non ne sono state presentate da alcuno.
I media riportano sempre più spesso interi capitoli e puntate dedicate ai problemi della Giustizia, riportando ora questo ora quel pensiero sull’argomento: quasi sempre, però, i cittadini vengono presi in giro con cinica determinazione.
Perché quelle stesse persone che tutte – concordemente – ritengono che il “Problema Giustizia” – soprattutto avuto riguardo alla durata dei processi penali - sia uno dei più gravi del nostro Paese, e per ciò stesso uno dei più urgenti da risolvere, che concordano con l’inadeguatezza o carenze delle strutture Giudiziarie (in ciò ricomprendendo uomini e mezzi), che si indignano di fronte ai fatti di cronaca nera più o meno efferati, quelle persone – si diceva – sono le stesse che poco o nulla fanno, in concreto, per porre rimedio a tali situazioni.
Il prof. Franco Palumbo, la dott.ssa Falduto e il prof Paolo Talia
Manca una reale volontà politica di affrontare il problema in maniera sistematica, attraverso concreti studi di settore effettuati “sul campo”, per sentire la voce degli operatori, coglierne le reali esigenze, studiarne e mettere a punto piani reali per dare risposte.
La eccessiva durata dei processi e l’incertezza della pena rappresentano i problemi più gravi, ed al contempo irrisolti, della giustizia dei cittadini.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già comminato all’Italia circa 300 condanne, per una somma di 20 milioni di euro, a causa della lentezza dei processi e dei danni che la giustizia provoca a coloro i quali “cadono nelle maglie della Giustizia”.
Il processo penale, la cui durata è un po’ inferiore al processo civile e a quello tributario, è socialmente più “sentito” nella coscienza sociale per le seguenti ragioni:
– colpisce l’opinione pubblica;
– influenza il livello di fiducia dei cittadini nella giustizia;
– coinvolge la libertà personale;
– è un metro di valutazione dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, soprattutto nei casi in cui si vedono coinvolti indagati/imputati “eccellenti”;
– riguarda anche la criminalità organizzata e mafiosa;
– interessa, per definizione, situazioni (id est reati) che provocano allarme sociale;
– riguarda situazioni economico-finanziarie a volte direttamente (o indirettamente) condizionanti ben più complessi sistemi i cui risvolti possono anche riverberare a livello nazionale.
In realtà un processo penale dura mediamente 10 anni e, se sono previsti più capi di imputazione e molti imputati anche di più.
Il che significa che il processo perde ogni carattere di garanzia e la giustizia, diventa ingiusta e persecutoria.
Infatti, se l’imputato viene assolto, la sua vita è stata segnata per sempre.
Se è colpevole, ma ha già scontato la carcerazione preventiva, al momento della condanna definitiva - dopo molti anni dalla data del delitto, l’eventuale inserimento dello stesso nella società, l’avere cambiato stile di vita, l’essersi fatto una famiglia, l’avere assunto un lavoro – l’esecuzione della pena, appunto, diventa una “ingiustizia”.
I processi lunghi diventano strumento utile e dilatorio solo per gli imputati ricchi (e colpevoli), che possono pagare bravi avvocati i quali li difendono dal processo perché non si arrivi a sentenza e, magari, intervenga la prescrizione.
Attualmente, le procedure previste dal codice sono le seguenti:
Indagini preliminari, esame e decisione del G.I.P., (in caso di misure cautelari: TDL e Cassazione), udienza preliminare, primo grado di giudizio, appello, cassazione, tribunale di sorveglianza per l’esecuzione della pena.
Questo è l’iter processuale “normale”: l’imputato viene giudicato da 14 giudici, ma in genere, soprattutto per i processi che vedono come imputati grandi criminali e persone importanti, i tempi si allungano e i giudici possono essere anche molti di più.
L’allungamento dei tempi è anche determinato dalla legislazione falsamente garantista approvata, perché i proponenti non si sono mai posto il problema di coniugare garanzie ed efficienza, né di salvaguardare le vittime e la società.
Si pensi, per puro esempio, al cosidetto “patteggiamento allargato in appello”: istituto che ha introdotto la possibilità di concordare – fra Accusa e Difesa – una pena da irrogare al condannato in vece di quella già inflittagli in primo grado.
Si assiste – di regola – a sconti di pena inauditi anche per reati gravissimi come omicidi, associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata alla detenzione e traffico di sostanze stupefacenti etc.
Qual è la ratio di tale norma?
Dov’è il reale senso di giustizia che vi sottintende?
Se le norme sono la formulazione giuridica del sentire etico, morale, sociale dei cittadini (come insegna qualsiasi manuale di diritto), a quale interesse sottintende tale norma?
Qual’è il senso del primo grado di giudizio, se poi interviene un accordo in secondo grado?
Perché spendere tempo e soldi durante le indagini preliminari ed in primo grado se poi è prevista tale procedura in appello?
Si pensi agli indulti, indultini, amnistie che – con cadenza matematica - intervengono sistematicamente nel panorama legislativo italiano.
Rispondono realmente alle istanze dei cittadini?
Si fa spesso riferimento, per giustificare tali interventi, ad “benefico” effetto deflativo per il processo. Al sovraffollamento delle strutture carcerarie.
Si forniscono numeri e statistiche anche con il fine di condizionare, forse, l’opinione pubblica: ma – come tutti sanno – i numeri e le statistiche vanno letti ed interpretati, anche in considerazione di precedenti interventi.
Mi riferisco, per esempio al fatto che quando si parla di “detenuti in attesa di giudizio” (per differenziarli dai cosidetti “definitivi”) molto spesso si omette che la maggior parte di costoro sono già stati giudicati in primo grado e/o in appello e non sono ancora “definitivi” perché pendono appelli e/o ricorsi in Cassazione che – si ripete – sono retaggio di un codice inquisitorio.
Di quel codice inquisitorio che nel 1992 abbiamo abbandonato, accogliendo a braccia aperte il rito accusatorio, di matrice anglosassone, che però – come detto – prevede solo in casi eccezionali l’appello e il ricorso.
Ma questo ce lo siamo colposamente o dolosamente dimenticati.
Ed ancora, sul punto, si tace della chiusura di una serie di istituti penitenziari senza che ne sia seguita una logica apertura di altri, ispirati a nuovi e più moderni criteri.
È evidente che, così facendo, le carceri saranno sempre più sovraffollate.
Per non parlare, poi, dei termini di prescrizione del reato che sono stati ulteriormente abbassati, anche in considerazione del riconoscimento indiscriminato e quasi automatico delle circostanze attenuanti generiche, per cui lo Stato, alla fine, finisce per non perseguire di fatto alcune categorie di reati, con il duplice risvolto negativo di incentivare il senso di sfiducia nella giustizia nei cittadini onesti e quello di impunità nei disonesti.
Altro tema delicato, poi, è quello relativo ai collaboratori di giustizia spesso abbandonati dalle istituzioni, talvolta vittime di norme schizofreniche che si succedono senza organicità.
Il dott. Giuseppe Creazzo, Vice Capufficio Legislativo del Minestero di Grazia e Giustizia, con la suocera sig.ra Maria Licastro in Scerra
Si pensi che ai collaboratori, esauriti gli impegni processuali, viene proposta la fuoriuscita dal programma di protezione con la capitalizzazione del loro sussidio annuo moltiplicato per i successivi 5 anni: ebbene, poiché lo status di collaboratore presuppone di avere anche ammesso le proprie responsabilità e, dunque, di essere stato oggetto di processi e condanne, la Legge non prevede alcun esonero dal pagamento delle spese processuali (da non confondersi con quelle di assistenza legale).
Di talchè, a fronte di una “liquidazione” pari ad una cifra x ne seguono cartelle esattoriali per spese del processo pari a x moltiplicato 10 o 100.!!!!
Infine, ma non da ultimo, il problema più tecnico della dispendiosità del processo penale: dal duplice punto di vista dello Stato – che è chiamato a sostenere spese non di poco conto (si pensi alle intercettazioni telefoniche) – e del privato che si trova ad essere indagato e/o imputato.
Dal primo punto di vista, porto due esempi: la testimonianza, le notifiche e le intercettazioni telefoniche.