« Continuazione Prima parte Atti della V° Giornata Regionale sull'Educazione alla LegalitàRAI1 "UNO MATTINA" 26 DICEMBRE 2007 ORCHESTRA GIOVANILE DI FIATI DI DELIANUOVA (R. C.) »

CONTINUAZIONE II° PARTE

12.05.09 | by admin [mail] | Categories: Announcements [A]

Testimonianza:
Calabria

Si riporta qui a seguire una sintesi della relazione CENSIS del 2000 sulla situazione culturale/criminale della Provincia di Reggio Calabria.
Dalla stessa si rileva uno spaccato molto realistico della nostra società sul quale siamo tutti chiamati a riflettere e con il quale dobbiamo confrontarci.
Prima ed ultima: prima quanto alla pervasività del crimine organizzato; ultima - tra tutte le regioni italiane - nello sviluppo socioeconomico (e culturale).
La ‘ndrangheta è un atteggiamento, una malattia dell’animo umano, che, in determinate condizioni economiche e culturali, diventa una malattia sociale.
Quello che non si può fare a meno di notare è la tendenza – da parte di chi non vive in questa Regione - a sottolineare, e forse addirittura a sopravvalutare, gli aspetti negativi che caratterizzano questa terra.
Una terra che è sempre stata povera di risorse proprie e che, inoltre, non ha mai vissuto una unitarietà, frammentata in tanti piccoli cosmi e microcosmi su cui lo Stato non ha mai imposto le proprie leggi ed in cui si sono formati gruppi sociali che hanno assicurato protezione e rispetto del diritto.
Ed è proprio questa assenza dello Stato centrale, ma soprattutto di una classe dirigente locale capace ed efficiente, che viene invocata, ancora una volta, come la causa principale del ritardo nello sviluppo e della facilità con cui la criminalità ha potuto inserirsi nel tessuto sociale, proponendo modelli alternativi di crescita e di gestione della cosa pubblica.
La struttura della criminalità calabrese ripete quella del territorio in cui è situata: si tratta di una organizzazione fondata su di un nucleo minimale a base familiare (la ‘ndrina), policentrica ma “federata”, nel senso che, pur non esistendo un rapporto gerarchico tra le diverse ‘ndrine queste si incontrano periodicamente (perlomeno quelle che gravitano attorno agli stessi territori), stringono patti di non belligeranza, si alleano nel caso di affari particolarmente importanti, dirimono eventuali questioni per evitare faide interne.
La più probabile derivazione del termine ‘Ndrangheta è quella dal greco andragathía, (andragatia) traducibile con “virilità”, “coraggio”. Secondo un’altra etimologia, la parola deriverebbe dal toponimo “Andragathia Regio”, che in età moderna designava un’ampia zona situata a cavallo tra le odierne Calabria e Basilicata.
La mafia non è un fenomeno che interessa solo pochi uomini, è soprattutto una mentalità, un modo di intendere la vita, che induce l’individuo a rapportarsi con gli altri in un certo modo.
E deve essere combattuta.
“Il legame fra gli affiliati alla ‘ndrangheta è molto forte e quasi indissolubile perché legato a vincoli di effettivo “comparaggio”; non è un caso se questa organizzazione è quella che fa registrare il minor numero di collaboratori di giustizia e quindi quella che ha meno risentito della azione di contrasto perpetrata dalle forze dell’ordine.
Particolarmente interessante, in un’area in cui la presenza del crimine organizzato risulta così massiccia, è l’opinione degli intervistati riguardo alla consistenza della cosiddetta “zona grigia”, ovvero di quella parte di popolazione che, anche senza essere collusa, intrattiene con la ‘ndrangheta rapporti più o meno diretti. Ebbene, all’interno della popolazione calabrese ci sono diversi modi di convivere con il fenomeno della criminalità:
– innanzitutto vi è la stragrande maggioranza della popolazione che è contraria alla criminalità organizzata e al culto della violenza;
– c’è poi una fascia di cittadini che hanno perso la “coscienza del peccato” e decidono di convivere con la criminalità organizzata, diventando correi, pur senza partecipare direttamente alle attività illecite, ma garantendo, di volta in volta il silenzio o, addirittura, il plauso;
– c’è infine una esigua minoranza, molto aggressiva che si presta a scendere in campo e a fare da manodopera alla criminalità.
In ambito economico, il discorso si fa più complesso: c’è chi sostiene che, perlomeno in provincia di Reggio, tutti gli esercenti e gli imprenditori abbiano un rapporto con la criminalità, se non altro attraverso il pagamento del “pizzo”.
Ma cosa deve fare il cittadino, qualsiasi sia il ruolo svolto, per diffondere il valore della legalità?
Essendo l’uomo destinato a vivere in una società, è indispensabile che la vita sociale sia regolata da leggi (secondo l’antico brocardo: ubi societas ibi ius): se tali regole mancano oppure se non sono rispettate, la forza prevale sulla giustizia.
La legalità viene perciò definita come il rispetto e la pratica delle leggi e viene considerata condizione fondamentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini.
Dunque ed infine, se cade il senso di legalità, ciò può essere dovuto a due fattori fondamentali:
– il modo di gestire il potere e di formulare le leggi;
– il modificato senso di solidarietà tra gli uomini e la loro moralità.
Quanto al primo aspetto, è chiaro che la responsabilità ricade sugli uomini delle istituzioni; quanto al secondo, è compito di ogni cittadino nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità coltivare e promuovere il senso di legalità.
Partiamo dunque dal primo aspetto. Cosa deve fare il potere politico per promuovere un autentico senso di legalità, per educare alla legalità?
Deve tra l’altro assicurare il rispetto di alcune condizioni:
– l’esistenza di chiare e legittime regole di comportamento che temperando gli istintivi egoismi individuali o di gruppo antepongano il bene comune agli interessi particolari;
– la correttezza e la trasparenza dei procedimenti che portano alla scelta delle norme e alla loro applicazione, in modo che siano controllabili le ragioni, gli scopi e i meccanismi che le producono;
– la stabilità delle leggi che regolano la convivenza civile;
– l’applicazione anche coattiva di queste regole nei confronti di tutti, evitando che siano solo i deboli e gli onesti ad adeguarvisi, mentre i forti e i furbi tranquillamente le disattendono.

Nella società del 1991 i Vescovi denunciarono in un documento datato 04 ottobre 1991, dal titolo “Educare alla Legalità”, il difetto di questi requisiti minimi, evidenziando in particolare che:
– lo Stato è divenuto sempre più debole;
– affiora l’immagine di un insorgente neo-feudalesimo, in cui corporazioni e lobbies manovrano la vita pubblica, influenzano il contenuto stesso delle leggi, decise a ritagliare per il proprio tornaconto un sempre maggiore spazio di privilegio;
– le leggi, che dovrebbero nascere come espressione di giustizia, e dunque di difesa e di promozione dei diritti della persona, e da una superiore sintesi degli interessi comuni, sono spesso il frutto di una contrattazione con quelle parti sociali più forti che hanno il potere di sedersi, palesemente o meno, al tavolo delle trattative, dove esercitano anche il potere di veto.

Tutto ciò ha portato ad elevare al massimo il potere ricattatorio di chi ha una particolare forza di contrattazione, ad aumentare il numero delle leggi “particolaristiche” (cioè in favore di qualcuno) e di ridurre invece drasticamente le leggi “generali”, vanificando così le istanze di chi non ha voce né forza; le violazioni della legge non hanno spesso un’effettiva sanzione o perché sono carenti le strutture di accertamento delle violazioni, o perché le sanzioni arrivano in ritardo, rendendo in tal modo conveniente il comportamento illecito.
Anche la classe politica, con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, a scadenze quasi fisse, annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l’opinione che si può disobbedire alle leggi dello Stato.
Chi si è invece comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita o persino premiata la loro trasgressione della legge.
C’è da chiedersi, dunque, se nel 2007 sia cambiato qualcosa con riferimento all’esistenza delle condizioni minime appena menzionate.
Con riguardo agli interessi perseguiti da alcune leggi dello Stato, il tema è di scottante attualità ed è stato abbondantemente dibattuto.
Quanto agli altri aspetti, dicevano i Vescovi, come si è visto, che il sistema deve garantire mezzi e risorse perché si accertino e si sanzionino gli illeciti e che non si dovrebbe fare ricorso ai condoni, che producono un abbassamento della cultura di legalità perché premiano i furbi e scanzonano gli onesti.
Sulla prima questione basta ricordare il tema delle risorse riservate all’amministrazione della giustizia, mentre, con riferimento al secondo aspetto, basterà rammentare quanti condoni sono stati promulgati dal 1991 ad oggi.
Se dunque oggi, nel 2007, quasi nulla è cambiato rispetto al 1991, è il caso di passare al secondo punto cioè alla necessità che siano i cittadini stessi, ed in primis i cristiani, a formarsi una coscienza attenta al rispetto della legge.
In altre parole, il rispetto della legge deve oggi più che mai essere assicurato da un’opera di educazione svolta dalle nostre comunità, dalla base.
Di fronte all’eclissi della legalità è necessario promuovere moralità e legalità, la prima intesa come “libera accoglienza interiore ed esteriore di ogni giusta norma” e la seconda quale “comportamento in linea con la normativa vigente, qualunque essa sia”.
Un particolare compito, evidentemente, deve essere affidato alla famiglia ed alla scuola.
La comunicazione del valore della legalità non può non assurgere a compito primario per chi, per mandato elettivo o per ruolo istituzionale, svolge una funzione pubblica, ma anche i singoli cittadini, e per la società civile nelle sue varie articolazioni, laddove più incisiva può essere l’efficacia del buon esempio.
La prima Istituzione con cui ci confrontiamo è la famiglia, poi la scuola. Il primo volto che lo Stato assume è quello dei nostri genitori, maestri e insegnanti.
Le prime “leggi” che ci insegnano a rispettare sono quelle legate alla disciplina familiare e scolastica.
Ecco perché la famiglia e la scuola sono il terreno adatto per parlare di legalità.
In ambito familiare il primo punto da chiarire con fermezza è quello per cui taluni diritti/doveri dei genitori non sono delegabili: a nessuno.
Non alla scuola, non alle associazioni, non alla Chiesa.
Queste realtà hanno un loro ambito operativo di supporto alla famiglia, ossia ai genitori, non certo di sostituzione degli stessi.
I genitori devono continuare a fare i genitori. Nessuno può stabilire in loro vece quali programmi televisivi, per esempio, possono essere visti dai loro figli e quali sia da ritenersi “sconsigliabili alla visione di un pubblico minorenne”.
Queste – come mille altre – sono decisioni dei genitori: e di nessun altro.
E l’insegnamento della legalità, del rispetto delle regole, passa attraverso i genitori e la famiglia: attraverso, innanzitutto, l’esempio concreto.
“Purtroppo i Giudici possono agire solo in parte nella lotta alla mafia. Se la mafia è un’istituzione antistato che attiva consensi perché ritenuta più efficace dello stato è compito della scuola rovesciare questo processo perverso, formando giovani alla cultura dello stato e delle istituzioni”. Paolo Borsellino

La scuola è un contesto organizzato nel quale regole comportamentali e ruoli sono altamente formalizzati. Anche gli insegnanti, non solo gli studenti, devono rispettare regole precise.
A scuola ciascuno comprende di avere diritti e doveri. E impara a rispettare la libertà degli altri.
La scuola ha un ruolo centrale nel diffondere la cultura della legalità e della convivenza civile.
La mia proposta?
L’inserimento orario di “LEGALITÀ” nelle scuole.
DOTT. GIUSEPPE PRIOLO
(Viceprefetto)
Sono particolarmente lieto di partecipare a questa tavola rotonda, in questo meraviglioso scenario naturale, che le iniziative dell’Associazione culturale “Nicola Spadaro” e dell’infaticabile Suo Presidente, dottor Scerra, contribuiscono a far conoscere ed apprezzare in positivo.
Sono lieto parimenti dell’argomento della chiacchierata odierna che pone l’accento, in maniera oculata e direi originale, sulle attività che, sotto ogni versante, le Istituzioni debbono porre in essere per affermare concretamente la pratica della “legalità”.

Se il dottor Di Palma ha mirabilmente trattato, sotto il profilo tecnico-giuridico, l’impianto sanzionatorio dell’ordinamento con specifico riferimento - non poteva essere altrimenti, nella nostra realtà - alla normativa antimafia, porre l’accento sugli aspetti della prevenzione dei comportamenti illeciti e sulle possibilità di recupero offerte a chi sia incorso in “disavventure giudiziarie”, costituisce un preciso dovere per tutti coloro che sono investiti di responsabilità istituzionale.
In questa ottica è compito delle Istituzioni favorire e sostenere ogni iniziativa che Associazioni di volontariato, Cooperative sociale, Istituzioni religiose, mettono in campo quotidianamente, spesso con sacrificio personale ed impegno disinteressato, per alleviare il disagio sociale e l’emarginazione, offrire occasioni di reinserimento, creare opportunità di lavoro e di sviluppo.
Se è senz’altro commendevole ciò che l’Associazione Culturale Nicola Spadaro riesce a realizzare, per il quinto anno consecutivo, portando qui a dibattere, nel cuore dell’Aspromonte, i temi della legalità e della giustizia e ribaltando così l’immagine di una terra capace solo di delitti e sequestri, è oltremodo ammirevole l’attività dell’Orchestra giovanile di fiati, organizzata dalla stessa Associazione, che, si badi bene, è composta esclusivamente da giovani, under 20, tutti provenienti da Delianuova e dai paesi limitrofi, in attuazione concreta di quella felice intuizione, divenuta uno slogan ormai ben noto: “chi fa musica non delinque”.
L’attenzione prestata oggi al progetto Potamos della Cooperativa Valle del Bonamico, culminata nella riconoscimento attribuito al suo vulcanico Presidente, dottor Piero Schirripa, è altresì motivo di grande soddisfazione per chi ha seguito e condiviso dall’origine la genesi e la realizzazione di un progetto rivolto prioritariamente a detenuti, ex detenuti e familiari di detenuti.
La richiesta accorata, rivolta con una missiva pubblica ad Autorità istituzionali e religiose, da parte di coloro che avevano partecipato al corso di formazione del progetto Potamos in buona sostanza è così sintetizzabile: “date un’occasione, una possibilità, a chi ha sbagliato ed ha capito di avere sbagliato, date una opportunità di vivere nelle legalità, di fare una scelta diversa in contesti in cui, molto spesso le scelte sono obbligate”.
Ecco, dunque, rispetto a queste richieste, rispetto a queste aspettative, ognuno di noi ha il dovere di confrontarsi, ha il dovere di dare risposte, senza pregiudizi, senza fermarsi al nome o al cognome, talora tristemente noto, dell’interlocutore.
È un compito da assolvere per chi ha responsabilità istituzionali; è un dovere, anche morale, per chi è figlio di questa terra, perché è solo per questa via che passa la possibilità di riscatto per tante, difficili realtà della Calabria e dell’Aspromonte.
DOTT. PIERO FANTOZZI
(Sociologo)

Questo breve contributo affronta il problema della mafia e della costruzione sociale della legalità. Il fenomeno mafioso in quanto espressione di violenza, sembra essere confinato a momenti straordinari della vita sociale, quando cioè accadono omicidi, atti di intimidazione, danneggiamenti, e così via e non si nota, invece, che l’azione mafiosa, per sua natura, ha bisogno di vivere nelle pratiche quotidiane e di influenzare fortemente le culture individuali e collettive. La vita della comunità, del mercato, della politica e della società civile (gruppi d’interesse) risentono fortemente della sua presenza. La mafia influisce sul modo in cui le varie istituzioni (famiglia, impresa, comune, ecc..), si relazionano all’interno dei loro ambiti (comunità, mercato, politica). Inoltre è bene ricordare che la cultura mafiosa pesa sul modo come un individuo guarda il mondo e le sue istituzioni. La mafia è produttrice di norme e di valori che danno luogo ad un vero e proprio processo d’istituzionalizzazione che in molti territori diventa la forma di regolazione sociale più efficace e più importante. Tale regolazione tende a sostituirsi a tutte le altre forme anche a quelle statuali, e ciò avviene a volte nel conflitto violento, altre volte attraverso la manipolazione.
Per molti anni gli studi e anche le convinzioni di senso comune tendevano a leggere la prepotenza mafiosa come un fenomeno di arretratezza. L’arrivo della modernità avrebbe dovuto far scomparire questo grave fenomeno. L’intensificazione della modernizzazione non solo non ha prodotto un ridimensionamento dell’azione mafiosa, ma la ha sicuramente resa più pervasiva e diffusa. Il cambiamento ha offerto all’impresa criminale mafiosa nuove opportunità di sviluppo ed ha aperto nuovi percorsi per il coinvolgimento nelle attività illegali e violente. Obiettivo della mafia, nelle sue varie articolazioni, è l’acquisizione di ogni tipo di potere, politico, economico e sociale.
Nel Mezzogiorno d’Italia il fenomeno mafioso si è radicato e riprodotto in alcune regioni, come la Sicilia, la Calabria e la Campania, da lungo tempo; in altre come la Puglia e la Basilicata è stata accertata la presenza del fenomeno criminale negli ultimi trenta anni. In alcune zone dell’Abruzzo e del Lazio si cominciano a notare, nell’ultimo decennio, segni evidenti di criminalità organizzata di tipo mafioso. La mafia si presenta di volta in volta in modi diversi, alcuni dei suoi elementi più comuni sono: l’esercizio della violenza, la penetrazione nella politica e nelle istituzioni, il controllo di precise attività economiche illegali, l’estorsione, il riconoscimento della sua leadership come élite sociale. Le sue attività, specie in questi ultimi decenni, vengono esercitate in ambiti nazionali e internazionali sempre più vasti e spesso in connessione con altri gruppi criminali. La sua forza, però, è il radicamento territoriale e comunitario. Il cuore dell’azione mafiosa è in quei paesi e in quelle realtà sociali dove essa si radica, si riproduce e si legittima. Una immagine molto efficace di questo fenomeno è quella che ci dà Rocco Sciarrone, un giovane studioso calabrese che insegna all’Università di Torino: una tela senza ragno, cioè una rete mafiosa densa e compatta con una elevata capacità di connessione, con tanti nodi dove si intrecciano le relazioni tra mafiosi ed esponenti delle classi dirigenti e dove nessuno di questi nodi è essenziale agli altri, per cui questa rete continua a funzionare regolarmente anche quando alcuni di questi nodi vengono colpiti. Questa immagine, anche se in prima istanza sembra toglierci la speranza di una società senza mafia, è lucida perché ci permette di percepire le difficoltà che abbiamo davanti.
La tela senza ragno ci dice che la battaglia contro la criminalità mafiosa sarà ancora lunga e che non riguarda solo la lotta all’illegalità, ma la trasformazione della società: la formazione di una nuova coscienza politica, la costruzione della legalità nelle culture popolari, nei territori, nelle relazioni, nelle imprese e soprattutto nelle varie istituzioni pubbliche.
La lotta alla mafia da parte dello Stato ha avuto fasi diverse, alcune di scarsa attenzione al fenomeno altre di forte mobilitazione. Quello che possiamo dire è che la criminalità mafiosa è fortemente cresciuta nonostante la costituzione di una commissione parlamentare antimafia permanente e l’istituzione di un dipartimento della magistratura specificamente rivolto a indagare e perseguire i crimini mafiosi, C’è da chiedersi, perché tutto ciò non è bastato per frenare questa crescita? Eppure vi è stato l’impegno e il martirio di persone eccezionali che hanno impegnato tutte le loro forze intellettuali e morali e molti sono i casi di grandi successi delle forze dell’ordine e della magistratura nella lotta contro la mafia. Evidentemente i caratteri di questo fenomeno non si possono combattere solo con la repressione e se l’azione della magistratura e delle forze di polizia sono assolutamente necessarie, non sufficienti a contrastare la sua riproduzione e la sua espansione. I motivi della inefficacia dell’azione repressiva sono essenzialmente due: l’azione di manipolazione e le difficoltà a proporre concretamente percorsi di crescita civile e d’integrazione sociale soprattutto nelle zone più povere. Nel primo caso notiamo una situazione molto particolare, c’è un pezzo delle istituzioni che combatte l’azione mafiosa e un altro che, invece, o si serve di quella azione o la subisce o comunque ha imparato a convivere con essa. Questa situazione così variegata ha creato una separazione tra l’azione repressiva e l’azione culturale e sociale di contrasto e di resistenza al potere mafioso.
L’altro aspetto importantissimo, ma di cui si parla poco, è la capacità di offrire sui territori percorsi legali d’integrazione sociale. Questa debolezza è particolarmente grave sia in alcuni quartieri popolari delle aree urbane, dove la disuguaglianza si confonde con il degrado, sia in molti paesi dell’interno, dove i commerci illegali costituiscono l’unica vera forma di mercato presente. La mancanza di altre opportunità orienta soprattutto i giovani verso le attività criminali. Questo processo permette il radicamento mafioso sul territorio, la sua riproduzione e spesso anche la sua crescita. In questo caso il problema è la debolezza della regolazione sociale. Parlare di regolazione sociale significa far riferimento all’insieme dei criteri con cui avviene l’allocazione delle risorse, ai modi di funzionamento e d’integrazione nelle varie sfere, alla prevenzione ed alla soluzione dei conflitti. Le grandi questioni che riguardano la regolazione sociale sono l’ordine sociale, la solidarietà, la cooperazione, lo scambio. Parlare di debolezza della regolazione sociale nel Mezzogiorno significa rileggere la presenza e l’assenza di questi elementi nella storia delle regioni meridionali. L’approccio che conviene seguire per analizzare i processi di regolazione e di istituzionalizzazione è quello di studiare i produttori di regolazione, cercando di evidenziare quali forme d’istituzionalizzazione essi hanno prodotto e stanno producendo. Leggere questa debolezza vuol dire indagare sui produttori di regolazione cioè su comunità, mercato e politica. Siamo abituati a pensare solo alla regolazione istituzionale, in altri termini alle leggi dello Stato e non alle norme ed ai valori degli altri produttori di regolazione sociale. La debolezza della legalità nel Sud d’Italia va letta non solo sulla incapacità dello Stato a fronteggiare questi processi, ma anche nella incongruità tra i valori e le norme sociali prodotte dalla comunità, dal mercato e dalla politica. Aggiungerei a questi produttori i gruppi d’interesse (Confindustria, Organizzazioni Sindacali ecc..) che nella nostra società hanno una caratterizzazione molto particolare.
Attraverso questo modo di leggere il fenomeno dell’illegalità, notiamo che la lotta alla mafia non può essere delegata ad alcuni organi dello stato, ma deve essere perseguita in ogni sfera della vita sociale. Fare prevenzione al fenomeno mafioso vuol dire perseguire contemporaneamente esperienze legali d’integrazione sociale e di educazione. Dividere questi fronti significa rendere inefficace la lotta alla mafia e ridurre la legalità ad un problema normativo e retorico, cioè a leggi senza legittimazione e a una educazione astratta senza radici sociali. A tal proposito vorrei terminare questa riflessione citando un testimone straordinario della lotta alla mafia e della costruzione sociale della legalità Don Italo Calabrò:
“Riteniamo nostro primo dovere rinnovare la condanna, chiara ed esplicita, ad ogni forma di mafia, cancro parassitario, esiziale, che rode la nostra compagine sociale; succhia con i taglieggi il frutto di onesto lavoro; dissolve i gangli della vita civile; con sequestri che non risparmiano più neppure le donne e i bambini e con uccisioni cinicamente consumate, irride e calpesta i valori più alti e gli affetti più sacri della vita. …Siamo qui riuniti per isolare i mafiosi, mandanti, esecutori, complici, chiunque essi siano e dovunque si annidino. Siamo qui per stabilire un costume di nonviolenta, ma ferma opposizione alla mafia. …Occorre reimpostare una cultura della vita. Occorrono obiettori di coscienza e nonviolenti, che pratichino metodi e tecniche di resistenza alle intimidazioni della mafia, che facciano fronte alla mafia promuovendo una mobilitazione della coscienza attraverso assemblee popolari, denunce e atti pubblici. …Sarà una battaglia difficile, ma si potrà vincere se ci sarà concordia di intenti non soltanto sulle strategie, ma anche sulle tattiche …Non si tratta di una lotta di breve durata. Il male è ormai troppo radicato per poter pensare di vincere senza impegno, costanza e continuità temporale oltre che spaziale”.

Il prof. Guido Leone durante il suo intervento all fine della Tavola Rotonda
ONORIFICENZE

Al prof Franco Palumbo Presidente del Conservatorio "Francesco Cilea" R.C.


Al Viceprefetto Giuseppe Priolo consegna l'Assessore al comune di delianuova Francesco Giorgi

Il dott. Roberto Di Palma con i figli insieme all'arch. Tommaso Pietropaolo

PREMIO NICOLA CALIPARI

In Aspromonte Premio ai progetti scolastici
di educazione alla legalità
"NICOLA CALIPARI"

PRIMA EDIZIONE
DELIANUOVA - 5 AGOSTO 2007

REGOLAMENTO

Art. 1 - È istituito, a partire dalla quinta Giornata Regionale di Educazione alla legalità in Aspromonte, che avrà luogo domenica 5 agosto 2007, il Premio ai migliori progetti di educazione alla legalità realizzati dalle scuole di ogni ordine e grado della provincia di Reggio Calabria nel corso dell'anno scolastico 2006/2007.

Art. 2 - Il premio è dedicato alla memoria di "Nicola Calipari", ucciso in Iraq il 4 marzo 2005 nell'adempimento del supremo dovere di funzionario dello Stato di origini deliesi per discendenza materna.

Art. 3 - Il premio persegue la finalità di valorizzare l'educazione alla legalità quale processo permanente nella scuola teso non soltanto al richiamo al rispetto delle regole condivise nella convivenza civile, ma a dare slancio etico e tensione a perseguire individualmente e collettivamente la difesa dei diritti umani, della pace e del contrasto alla mafia e ad ogni forma di violenza e intolleranza nella società.
Art. 4 - Entro e non oltre il 30 giugno dovranno pervenire alla sede dell’Associazione culturale "Nicola Spadaro" in Delianuova (RC) - via Roma n. 12 i plichi scolastici contenenti la seguente documentazione:
a) la relazione conclusiva redatta in non oltre cinque cartelle in duplice copia, firmata dal docente responsabile del progetto e da due studenti delegati per ogni classe coinvolta;
b) la documentazione cartacea, grafica o multimediale del progetto:
c) la dichiarazione a firma del dirigente scolastico attestante che il progetto è stato effettivamente realizzato nel corso dell'anno scolastico 2006/2007e da quali eventuali soggetti/enti pubblici o privati è stato sostenuto.

Art. 5 - Una giuria, composta da rappresentanti della scuola, della giustizia, del giornalismo e della cultura, procederà alla selezione e alla valutazione dei migliori progetti scolastici attribuendo tre premi per ogni grado di scuola. Saranno attribuiti anche riconoscimenti individuali nel caso siano segnalati dalle scuole di appartenenza esempi straordinari di altruismo e bontà.

Art. 6 - Le delegazioni delle scuole premiate, alle quali sarà inviata la comunicazione del premio assegnato entro il 15 luglio, saranno impegnate a partecipare alle manifestazioni della giornata regionale di educazione alla legalità in Aspromonte e saranno destinatarie di attestati di partecipazione individuale. La targa del premio dovrà essere ritirata dal dirigente scolastico o da suo delegato. I progetti premiati saranno pubblicati negli atti della manifestazione a cura dell'Associazione "Spadaro".

Alcune alunne dell'I.C. di Delianuova ricevono la targa per il premio "Nicola Calipari"

ALLA MEMORIA
DELLE VITTIME DELLA CRIMINALITÀ
Fortunato La Rosa
(nel ricordo della moglie)
Dottor Scerra,

non è facile scrivere la biografia dell'uomo con cui si sono condivise gioie e dolori per 35 anni.
Per non correre il rischio di cadere nella retorica o nel sentimentalismo, ho ridotto le notizie all'essenziale: sono certa della sua comprensione.
Fortunato La Rosa nasce a Canolo il dicembre 1941, ma cresce a Roccella Jonica dove la famiglia si trasferisce quando il padre vince il concorso di medico condotto.
Dopo aver intrapreso gli studi classici, nel 1969 si laurea in medicina e chirurgia presso l'Università di Siena, con 110/110 e lode.
Dopo una breve esperienza come medico di base prima ad Anoia, poi a Stignano, conseguita la specializzazione in clinica oculistica, inizia la carriera ospedaliera nel reparto oculistico del nosocomio di Vibo Valentia prima, di Locri poi ed infine dì Oppido Mamertina, dove apre il reparto di oculistica che bene funziona fino al dicembre 1996, data in cui si congeda per dimissioni volontarie.
Da quel momento si preoccupa di rimettere in ordine e migliorare le proprietà ereditate dal padre e da uno zio, nel territorio di Canolo.
L'ultimo lavoro intrapreso è stata la bonifica di un uliveto danneggiato dall'alluvione del 2000, realizzando un contenimento con "gabbioni".
Uomo generoso, ma di ferrei principi, per non sottostare a prepotenze e vessazioni, si rivolge ripetutamente alle autorità.
L'8 settembre 2005, mentre tornava da Canolo Nuova alla propria abitazione di Locri, viene ucciso in un agguato tesogli lungo la strada.
Accludo una foto di mio marito e, se riterrà opportuno pubblicarla, una foto della sua ultima "fatica agricola".
Le auguro di cuore un sereno Natale ed un felice anno nuovo in compagnia della sua Famiglia. Con sempre affettuosa stima e simpatia.
Viviana Balletta La Rosa
Qualche giorno dopo, ancora commossa per la cerimonia in memoria del proprio marito, la dott.ssa Balletta La Rosa inviava questa lettera al presidente dell’Associazione, dott. Giuseppe Scerra.

Gentile Dottore,
vorrei riuscire ad esprimere la gratitudine mia e dei miei figli per aver voluto ricordare mio marito in quella che è stata una riunione toccante, ma anche molto interessante per la nobilità e serietà di intenti.
Ho molto apprezzato il concerto dell’Orchestra di fiati “N. Spadaro” che per me è stata una piacevole sorpresa.
Ma, soprattutto, ho avuto il grande onore di conoscere lei, persona di evidente notevole spessore morale, la senatrice Villecco Calipari, donna molto intelligente e disponibile, ed i signori Frisina che hanno ricordato mio marito con stima ed affetto.
La saluto molto cordialmente e le auguro un buon proseguimento dell’ottimo lavoro intrapreso.
Viviana La Rosa Balletta

Alla fine applausi d'obbligo

Il libro finito di stampare nel mese di Luglio 2008 presso l'Officina Grafica s.r.l. Villa San Giovanni (RC)
Le foto sono state gentilmente fornite da FotoParis di Franco Italiano
Nuove Edizioni Barbaro di Caterina Di Pietro
Via Umberto I, 156
89012 Delianuova (RC)
Tel 0966966863
www.nuoveedizionibarbaro.it

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Aspromonte: da simbolo dell’illegalità a incrocio di valori e sviluppo nella pace e nella convivenza civile

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