Atti della V° Giornata Regionale sull'Educazione alla Legalità

07.06.09 | by admin [mail] | Categories: Announcements [A]

“Splende la gioia nella nostra vita
come una stella in una notte estiva,
stella filante, stella fuggitiva
che appena accesa, è celere sparita…”
Felice Soffrè

Associazione Culturale “Nicola Spadaro” - Delianuova

ATTI
della Vª Giornata Regionale sull’Educazione alla Legalità

ASPROMONTE

“da simbolo dell’illegalità a incrocio di valori
e sviluppo nella pace e nella convivenza civile”

PIANI DI CARMELIA - DELIANUOVA
DOMENICA 5 AGOSTO 2007

COMITATO D’ONORE

Monsignor VITTORIO MONDELLO
Presidente della Conferenza Episcopale Calabra
Monsignor LUCIANO BUX
Vescovo di Oppido-Palmi
Monsignor GIANCARLO BREGANTINI
Vescovo Diocesi Locri-Gerace
On. MARCO MINNITI
Vice Ministro Ministero dell’Interno
Dott. LUIGI DE SENA
Prefetto di Reggio Calabria
On. UMBERTO PIRILLI
Europarlamentare
On. ARMANDO VENETO
Europarlamentare
On. ROSA VILLECCO CALIPARI
Senatore della Repubblica
On. PIETRO FUDA
Senatore della Repubblica
On. GIUSEPPE VALENTINO
Deputato al Parlamento
On. ANGELA NAPOLI
Deputato al Parlamento
On. AURELIO MISITI
Deputato al Parlamento
On. MARIO TASSONE
Deputato al Parlamento
On. GIUSEPPE CAMINITI
Deputato al Parlamento
On. AGAZIO LOIERO
Presidente Giunta Regione della Calabria
O n. GIUSEPPE BOVA
Presidente Consiglio Regionale della Calabria
On. VINCENZO ADAMO
Vice Presidente Conisiglio Regionale della Calabria Assessorato al Turismo
On. GIUSEPPE GUERRIERO
Presidente Regionale commissione Antimafia
On. SANDRO PRINCIPE
Assessore Regionale alla Cultura e alla Pubblica Istruzione
On. DIEGO TOMMASI
Assessore Regionale all’Ambiente
On. PASQUALE MARIA TRIPODI
Assessore Regionale ai Trasporti
On. MICHELANGELO TRIPODI
Assessore Regionale all’Urbanistica
Dott. GIUSEPPE MORABITO
Presidente Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria
Dott. SEBASTIANO SURACE
Procuratore Gen. On. Suprema Corte di Cassazione
Dott. GUIDO PAPALIA
Procuratore della Repubblica di Verona
Dott. VINCENZO LOMBARDO
Procuratore della Repubblica di Palmi
Dott. GIUSEPPE CREAZZO
Vice Capufficio legislativo del Ministero di G. e G.
Dott. ANTONIO PUGLISI
Questore di Reggio Calabria
Col. ANTONIO FIANO
Comandante Provinciale Carabinieri
Col. FRANCESCO GAZZANI
Comandante Provinciale Guardia di Finanza
Dott. LEO AUTELITANO
Presidente Parco Nazionale dell’Aspromonte
Dott. ANTONIO ALVARO
Presidente Comunità Montana Versante Tirrenico Meridionale
Dott. ROCCO CORIGLIANO
Sindaco di Delianuova

SOMMARIO

• Saluti iniziali
– Del Presidente dell’Ass. “N. Spadaro” dott. G. Scerra »

• Santa Messa - officiata da Don Gianfranco Vitola ed animata
dal Coro Polifonico “Mons. Marco Frisina” di Delianuova »
– Commenti alla liturgia odierna
(TotusTuus, Mons. A. Riboldi, Padre R. Cantalamessa) »

• Momenti di relax »
– Intervento Mons. GianCarlo Maria Bregantini »

• Adesso Musica
– Concerto dell’Orchestra di Fiati “N. Spadaro” di Delianuova »

Pomeriggio
• Saluti delle Autorità »
– Rocco Corigliano (Sindaco di Delianuova) »
– Rosa Villecco Calipari (Senatore della Repubblica) »
– Antonio Alvaro (Presidente Com. Mont. V.T.M.) »
– Leo Autelitano (Presidente Parco Nazionale dell’Aspromonte) »

• TAVOLA ROTONDA sul tema:
“Legalità: prevenzione, repressione, recupero” » – interventi:
Franco Bruno - moderatore (Giornalista) »
Roberto Di Palma (Magistrato) » Giuseppe Priolo (Viceprefetto) »
Piero Fantozzi (Sociologo) »
• Onorificenze »
• Premio “Nicola Calipari” »
• Alla memoria delle vittime della criminalità
– Ricordo di Fortunato La Rosa »

SALUTI INIZIALI

Sono le 10,00 del mattino dopo aver accuratamente preparato per l’Eucarestia si dà inizio alla Vª Giornata Regionale sull’Educazione alla Legalità. Al prof. Gino Loria l’onore di aprire, con i convenevoli, questa giornata.

SALUTI DEL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE
DOTT. GIUSEPPE SCERRA

In qualità di Presidente dell’Associazione Culturale “N. Spadaro” ho l’onore di aprire ed introdurre, per il quinto anno consecutivo, la Giornata Regionale sull’Educazione alla Legalità a dimostrazione di inseguire l’obiettivo di istituzionalizzare questa manifestazione.
A distanza di un anno ci ritroviamo in questo stupendo scenario aspromontano, sempre più convinti che il rispetto delle regole sia il solo modo che può portare al pieno recupero dei valori etici e culturali che stanno alla base della civile convivenza.
Prima di soffermarmi brevemente sul tema di questa giornata, è mio dovere salutare tutte le Autorità religiose, civili e militari che con la loro presenza nobilitano questa manifestazione.
È mio dovere, altresì, precisare che questa Vª Giornata Regionale dedicata all’Educazione alla Legalità, non sarebbe stata possibile senza il convinto e fattivo contributo delle Istituzioni e di tutti gli Enti che hanno accettato di patrocinare questa manifestazione, dimostrando sensibilità per i valori che, con la stessa, intendiamo promuovere. Per questo ringrazio tutti e manifesto la mia più profonda gratitudine, perché hanno creduto e credono nell’importanza di questa giornata.
Un sentito ringraziamento anche a tutti i sostenitori dell’Associazione che ci sono vicini nelle nostre iniziative, a tutto il Comitato e a coloro che, con infaticabile impegno, hanno reso possibile l’organizzazione di questa Giornata.
Anche quest’anno, aprirà la Manifestazione la Santa Messa, che come sempre, sarà dedicata a tutte le vittime della violenza criminale e sarà animata da Coro Polifonico “Mons. Marco Frisina”.

Dopo la Santa Messa le note dell’Orchestra Giovanile di Fiati allieteranno la tarda mattinata e concluderanno la prima parte della Giornata, prima della pausa pic-nic.
Nel pomeriggio avrà luogo la Tavola Rotonda sul tema: LEGALITÀ: PREVENZIONE, REPRESSIONE, RECUPERO.
Ringrazio i relatori per aver accettato il nostro invito ed auguro a tutti una buona giornata.

La partecipazione attenta dei presenti; veduta d'insieme

...e in primo piano, con i rappresentanti delle Forze dell'Ordine; il sindaco di Delianuova Rocco Corigliano, l'on. Maria Grazia Laganà, l'on. Giovanni Nucera, il dott. Giovanni Battista ed il sindaco di Sinopoli Prof. Luigi Chiappalone

SANTA MESSA
in memoria delle vittime della criminalità, officiata da DON GIANFRANCO VITOLA (presbitero missionario in Medio Oriente)
e animata dal Coro Polifonico “Marco Frisina” di Delianuova.

La Domenica XVIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO C 5 Agosto 2007
BEATI I POVERI DI SPIRITO, PERCHE' DI ESSI E' IL REGNO DEI CIELI

Oggi la liturgia ci dà proprio una lezione di sapienza, una lezione della più grande importanza: da essa dipende la riuscita o meno della nostra vita. Quando si tratta degli altri, tutti vediamo chiaramente la soluzione dei problemi. Ma quando si tratta di noi stessi? Ascoltiamo perciò Cristo ed esaminiamo la nostra condotta alla luce del Vangelo.
Cos'è l'essenziale della vita? L'uomo porta in sé un incontenibile bisogno di pienezza e di perfezione: ha sete di felicità. La terra non gli può bastare. I beni che essa offre, il denaro, i piaceri, gli onori, gli amori, sono limitati, fragili, effimeri. Ben presto la morte spazzerà via tutto: non resterà nulla, nemmeno il ricordo.
L'essenziale non può dunque essere se non ciò che porta il marchio di Dio. Ora Cristo è venuto proprio per mettere Dio al centro della nostra vita: solo grazie a lui la vita è trasformata, divinizzata, resa eterna. Da mortale diventa immortale, da finita, infinita.
E allora come vivere per essere sapienti, e non stolti? Certamente non possiamo ritirarci dal mondo per andare a vivere da eremiti. È normale che l'uomo voglia riuscire nella vita, sia in quella personale e familiare, come in quella sociale e professionale; è normale ch'egli voglia partecipare alle ricchezze della terra e alle sue risorse, trarre vantaggio dalle scoperte della scienza e dal progresso.
A condizione però che non dimentichi l'essenziale: dare un'anima a questo corpo terrestre. E per questo dobbiamo metterci decisamente alla scuola di Cristo. Guidati e sostenuti da lui cerchiamo di infondere in ogni nostra attività uno spirito di luce e di fuoco: lo spirito dell'amore che ci farà esaltare Dio, e servire il nostro prossimo nella gioia. Questo è l'essenziale.

ANTIFONA D’INGRESSO (cfr. Sal 69, 2.6)

O Dio, vieni a salvarmi.
Signore, vieni presto in mio aiuto.
Sei tu il mio soccorso, la mia salvezza:
Signore, non tardare.

COLLETTA

Mostraci la tua continua benevolenza, o Padre, e assisti il tuo popolo, che ti riconosce suo pastore e guida; rinnova l’opera della tua creazione e custodisci ciò che hai rinnovato. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo...

PRIMA LETTURA (Qoelet 1, 2; 2, 21-23)
Le cose terrene sono inconsistenti, sfumano in un attimo, ed è vano l’affidarvisi. Ogni realtà è intrisa di inquietudine e di affanno. Il messaggio di questa pagina biblica è sempre attuale, di fronte alla tentazione di appoggiarci alle creature, di affannarci vanamente.

DAL LIBRO DEL QOELET.

Vanità delle vanità – dice Qoelet – vanità delle vanità, tutto è vanità.
Perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura.
Allora quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole?
Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità!

Parola di Dio.
R. Rendiamo grazie a Dio.
SALMO RESPONSORIALE (dal Salmo 97)

R. Fa’ che ascoltiamo,
Signore, la tua voce.

Venite, applaudiamo al Signore,
acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia. R.

Venite, prostrati adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati.
Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce. R.

Ascoltate oggi la sua voce:
«Non indurite il cuore, come a Meriba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova,
pur avendo visto le mie opere» R.

SECONDA LETTURA (Col 3, 1-5 9-11)
Secondo san Paolo siamo già partecipi della risurrezione. È vero che questo non è ancora palese, che si trova ancora nascosto. Ma è già realtà, che attende d'essere manifestata nella gloria.

DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI COLOSSESI.

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria.
Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore.
Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.

Parola di Dio.
R. Rendiamo grazie a Dio.

CANTO AL VANGELO (cfr. Marco 1, 15)

R. Alleluia, alleluia.

Il regno dei cieli è vicino:
convertitevi e credete al vangelo.
R. Alleluia.

Don Franco Frisina, diacono deliese, mentre proclama il vangelo
VANGELO (Luca 12, 13-21)
Stolto e illuso è il ricco che affida la propria riuscita e soddisfazione alle ricchezze, dimenticandone l'intima instabilità e insicurezza, la radicale vanità. Egli credeva che quel che importava fosse accumulare tesori terreni per sé, e dimenticava che la ricchezza che vale e che resiste è quella che si acquista e si accresce davanti a Dio.

DAL VANGELO SECONDO LUCA.

R. Gloria a te, o Signore.

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità».
Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni».
Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Parola del Signore.
R. Lode a te, o Cristo.

COMMENTI ALLA LITURGIA ODIERNA

I testi liturgici di questa domenica ci propongono due modi di vivere e di stare al mondo. C’è il modo di vivere dell’uomo vecchio, e c’è il modo di vivere dell’uomo nuovo (seconda lettura), esiste l’uomo che cerca le cose della terra, e quello che cerca le cose del cielo (seconda lettura), quello per cui tutte le cose sono vanità, e quello per cui tutto è provvidenza di Dio (prima lettura). Il vangelo, da parte sua, oppone la vita di chi calcola tutto nell’avere, ed accumula delle ricchezze per sé, e la vita di chi fonda la sua esistenza sull’essere, ed accumula ricchezze davanti a Dio.

Don Gianfranco Vitola, durante la sua omelia

Vivere per sé. È un modo di stare al mondo, di realizzare l’esistenza nell’arco degli anni tra la nascita e la morte. È un modo di pensare, di agire, di mettersi in relazione con gli uomini e con le cose. Il punto di riferimento di tutto è l’io. Il sapere, il lavoro, lo sforzo con i loro buoni risultati appaiono, davanti all’io, caduchi e vani. Se l’uomo è un essere sul punto di morire, a che cosa gli serve il suo sapere, il suo lavoro, se non può vincere il suo destino mortale, la sua immersione nel nulla? Tutto è vanità, fumo che il vento porta via. Quando l’io è il centro della vita, abbiamo l’uomo vecchio, incapace di uscire da solo dalla tenebra del suo ermetismo, sempre più sommerso nel fondo del vizio e del peccato, con lo sguardo sempre più posto nelle cose della terra senza la possibilità di alzarlo verso il cielo. Uomo vecchio, perché in certo modo ripete nella sua vita la storia antichissima del primo Adamo, del gusto del peccato e della caduta originale. D’altra parte, l’io, è estremamente povero lasciato nelle sue proprie mani, perché privilegia l’avere e l’apparire. C’è qualcosa di più effimero e labile di queste due realtà? Come si può fondare un’esistenza su qualcosa che oggi è, e domani scompare? Come si può guardare in faccia la morte, quando i grandi valori che hanno retto la vita sono stati i beni materiali e le apparenze, ai quali è proibito varcare la soglia dell’aldilà? A ragione si possono applicare a chi vive per sé le parole di Gesù nella parabola del testo evangelico: “Stolto! Questa stessa notte ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai accumulato, di chi sarà?”. Così è chi accumula ricchezze per sé, chi incentra in sé il suo proprio vivere ed agire tra gli uomini.
Vivere davanti a Dio. Dio non è, a dire la verità, l’antagonista dell’io, della realizzazione personale. In nessun modo! Ma la sapienza eterna ci insegna che la propria realizzazione si compie per mezzo del cammino del vivere per Dio, del vivere agli occhi di Dio. Il lavoro e il sapere, agli occhi di Dio, hanno un senso e un destino provvidenziali, al di là dei limiti della sfera mondana. Tutto ciò che si fa per Dio in questo mondo, lo trascende, ed abita, purificato ed elevato, nell’eterna dimora di Dio. Vive davanti a Dio e per Dio l’uomo nuovo, che è stato ricreato da Cristo mediante il battesimo a sua immagine e somiglianza, che è stato circonciso non nella carne ma nel cuore, e, vivendo davanti a Dio, vive senza paura della morte, che considera, più che una fine assurda e senza senso, una porta verso un’esistenza nuova della quale già si partecipa, sebbene in modo molto povero ed elementare. Per questo, l’uomo nuovo ha i piedi ben posti sulla terra e nelle occupazioni di questo mondo, ma il suo sguardo e il suo cuore sono volti in alto, nel cielo, verso il quale cammina con fiducia e speranza. Chi vive per Dio non si estrania dal mondo, non lo disprezza né lo odia, perché è la casa che il Padre gli ha dato affinché vi abiti. Lavora come tutti gli altri, spende le sue forze per produrre ricchezza, ma ha un cuore puro e distaccato, e sa molto bene che i beni di questo mondo hanno un destino universale, e non possono essere ingiustamente accaparrati in poche mani.
TotusTuus

Ci sono delle verità, che contano tanto nella vita, intesa secondo Dio, che è la sola Verità, che a dirle fanno sorridere, come si trattasse di utopie degne di altri tempi. Quando si toccano questi aspetti della vita ci si accorge di un disappunto che è vicino alla disapprovazione, se non a parole almeno nei fatti.
Una di queste verità è l’idolatria del benessere. Sembra quasi, almeno tra noi occidentali, che siamo lontanissimi a volte dalla realtà di chi è costretto ad una indegna mancanza del necessario per sopravvivere, che il fine da raggiungere è avere tanti soldi, essere ricchi.

Un altro momento della cerimonia religiosa

È chiaro che Dio condanna che noi uomini, creati per esser ‘ricchi di amore’ e quindi ‘tesi quotidianamente ad arricchirci di amore verso il Sommo Bene che è Dio e verso i nostri fratelli, diventiamo schiavi di ciò che non ha cuore e futuro, ossia la ricchezza. Non condanna il diritto a possedere, ma non accetta che i suoi figli, noi, perdiamo la nostra libertà di spirito, per sottometterci a cose che non hanno il senso del vero bene. Altro infatti è possedere, ma liberi da tutto, ed altro è essere schiavi.
Gesù, Figlio di Dio, Creatore di tutto, per cui ogni cosa nel mondo veramente poteva dirsi ‘sua’, nella vita non si permise mai di essere schiavo delle cose che Lui aveva creato. Era padrone di tutto, ma non aveva niente. Una libertà che divenne poi la divina potenza di amarci fino a dare tutto, anche la propria vita, la propria dignità sulla croce.
Mons. Antonio Riboldi

Il Vangelo di questa domenica fa luce su un problema fondamentale per l’uomo, quello del senso del agire e operare nel mondo, che il Qoelet nella prima lettura esprime in termini sconsolati: “Vanità delle vanità, tutto è vanità...Quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole?”.
Un tale chiede a Gesù di intervenire in una lite tra lui e suo fratello per questioni di eredità. Come spesso quando presentano a Gesù casi particolari (se pagare o no il tributo a Cesare; se lapidare o meno la donna adultera), egli non risponde direttamente, ma affronta il problema alla radice; si colloca su un piano più alto, mostrando l’errore che è alla base della stessa domanda. Tutti e due i fratelli hanno torto perché la loro lite non deriva da ricerca di giustizia ed equità, ma da cupidigia. Tra loro due non esiste più che l’eredità da spartire. L’interesse mette a tacere ogni sentimento, disumanizza.
Per mostrare quanto questo atteggiamento sia sbagliato, Gesù aggiunge, come è suo solito, una parabola, quella del ricco stolto che crede di essere al sicuro per molti anni, avendo accumulato molti beni e a cui la notte stessa viene chiesto conto della vita.
Gesù conclude la parabola con le parole: “Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”. C’è dunque una via d’uscita al “tutto è vanità”: arricchirsi davanti a Dio. In che consiste questo diverso modo di arricchire, Gesù lo spiega poco dopo, nello stesso Vangelo di Luca: “Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12, 33-34). C’è qualcosa che possiamo portare con noi, che ci segue dovunque, anche oltre la morte: non sono i beni, ma le opere; non ciò che abbiamo avuto, ma ciò che abbiamo fatto. La cosa più importante nella vita non è dunque avere dei beni, ma fare del bene. Il bene avuto resta quaggiù, il bene fatto lo portiamo con noi.
Smarrita qualsiasi fede in Dio, molti si ritrovano spesso oggi nelle condizioni del Qoelet, che non conosceva ancora l’idea di una vita oltre la morte. L’esistenza terrena appare in questo caso un controsenso. Non si usa più il termine “vanità”, che è di sapore religioso, ma quello di assurdo. “Tutto è assurdo!”…
L’abbandono dell’idea del cielo non ha certo reso più libera e gioiosa la vita sulla terra!
Il Vangelo di oggi ci suggerisce come rimontare questa china pericolosa. Le creature torneranno ad apparirci belle e sante il giorno che smetteremo di volerle solo possedere, o solo “consumare”, e le restituiremo allo scopo per cui ci furono date che è di allietare la nostra vita quaggiù e facilitarci il raggiungimento del nostro destino eterno. Facciamo nostra una preghiera della liturgia: “Insegnaci, Signore, a usare saggiamente i beni della terra, sempre orientati ai beni eterni”.
Padre Raniero Cantalamessa

Marinella Gioffrè

Il presidente della Comunità Montana Versante Tirreno Meridionale Dr. Antonio Alvaro con il sig. Angelo Federico

Omaggio alle Guardie Municipali deliesi ed agli Ausiliari del traffico.
Un grazie a loro per l'ordine pubblico

Il sindaco Rocco Corigliano si intrattiene con le Forze dell'Ordine

Il presidente Scerra si intrattiene con la vedova ed il figlio del dott. Fortunato La Rosa

...con Pippo Pietropaolo e la gentile consorte

Nel frattempo arriva mons. Bregantini, il quale, scusandosi di non poter partecipare alla Tavola Rotonda prevista nel pomeriggio, chiede comunque di poter porgere un saluto ai presenti.

Carissimi, sono ancora una volta onorato di questo invito…

Saluto le autorità, i giovani, le persone che hanno voluto vivere questo momento.È molto bello! Questi luoghi di montagna mi sono molto cari, un po’ come le gioie affettive legate alla mia origine…

“Aspromonte”, la montagna. La parola Aspromonte io la leggo in due versioni: la versione latina e quella greca…
“asper” ed “asprós”: aspro e luminoso.
C’è una storia di dolore, di tristezza, di delinquenza, di sequestri che ha caratterizzato tristemente questa zona e l’aggettivo “asper” si addice a questa storia. Ma c’è poi l’aggettivo greco che vuol dire “luminoso” ed è veramente luminoso l’Aspromonte!

Il nostro compito? Passare dall’“asper”, all’“asprós”.
Del resto un antico assioma latino l’aveva indicato “per aspera ad astera”, attraverso le difficoltà giungere alla luminosità del cielo.
La Calabria non è solo mare, ma è soprattutto bosco e se il bosco è verde, il mare è blu!
Tocca a noi diffondere il bene come il profumo presente, nella nostra terra, spesso fragile, ma reale ed efficace.
A noi tocca difenderla dal male, dagli incendi devastanti e spesso cattivi dalle costruzioni finite male. Perdonatemi se lo dico, ma so che ogni volta bisognerebbe trovare uno strumento legislativo, in qualche modo, che ci aiutasse culturalmente a rendere più bella la nostra terra. La terra di Calabria è bella come un giardino, ma tocca a noi renderla e mantenerla bella come un giardino, cioè come Dio l’ha fatta!

Alla fine del suo intervento si congratula con i ragazzi dell'Orchestra di Fiati di Delianuova...

...ricevendo gli applausi di tutti i presenti

Poi si intrattiene con il Viceprefetto Dott. Priolo

Con il presidente Scerra, con il Sindaco Corigliano e con don Pino D'Agostino deliese doc, parroco di S. Caterina di Reggio Calabria

Con Leo e Anna Sergi

ADESSO MUSICA

con l’Orchestra Giovanile di Fiati Città di Delianuova
diretta dai Maestri…

Maurizio Managò

Gaetano Pisano

PROGRAMMA MUSICALE

– Toccata for band di FRANK ERICKSON

– Ouverture Festive di ANDRÉ WAIGNEIN

– Invicta di JAMES SWEARINGEN

– Nessun Dorma di GIACOMO PUCCINI
arr. ROBERT VAN BERINGEN

– The Final Countdown di JOEY TEMPEST
arr. JOHN MOSS

SALUTI AUTORITÀ

ROCCO CORIGLIANO
(Sindaco di Delianuova)

Buon pomeriggio al tavolo della presidenza e al moderatore del convegno.
Sentimenti di rallegramento alle autorità presenti per la lodevole partecipazione.
Signor presidente dell’Associazione Culturale “N. Spadaro”.

Cittadini!
Siamo giunti alla Vª Giornata Regionale sull’Educazione alla Legalità targata 2007 e la frase pronunciata stamattina dall’officiante – durante l’omelia – nell’anfiteatro naturale del Carmelia… “progettare in grande e lentamente costruire”, è risuonata quasi a monito, ad esempio, nel cuore del ns. Aspromonte.
Non v’è dubbio, l’esortazione mira a rinverdire, a far tornare la voglia di essere protagonisti della propria storia di testimonianza e a rinunciare definitivamente ad aspettare che siano altri a fare per noi.
Avanti tutta, dunque, per riflettere insieme in libertà, il che significa cultura di rispetto delle regole.
Avanti tutta, per una rinascita di Legalità, certi della latitanza dello stato e convinti che le istituzioni non volessero e non potessero risolvere problemi lasciati incancrenire in un territorio che ancora oggi subisce l’antica questione meridionale mai risolta.
Troppo presi da avvenimenti contingentali, ci si dimentica facilmente del nostro territorio, delle nostre comunità, dei giovani, del volontariato, dei movimenti di riflessione sul territorio e per il territorio.
È vero, siamo stanchi di avere paura. E mi rivolgo ai giovani.
È un segno forte di speranza: il coraggio e il protagonismo di voi giovani, che sapete affermare il diritto alla vita, alla legalità, alla pace.
Una società che può contare sull’entusiasmo e sulla volontà di cambiamento, è una società che dà futuro.
Un’ultimo appello ai giovani della mia Delianuova. Spalanchiamo quest’oggi, insieme, con entusiasmo e spontaneità critica le porte del Carmelia e dell’Aspromonte per leggere la storia che viviamo, per cogliere come “sentinelle di legalità” i segni di un sud che deve cambiare.
Chiudo per lasciare ad altri la parola. Grazie a tutti e buon proseguimento dei lavori.

ON. ROSA VILLECCO CALIPARI
(Senatore della Repubblica)

Cari amici e care amiche,
Sono felice di essere con voi, anche quest’estate, ai PIANI DI CARMELIA . Per me tornare a Delianuova è tornare in luogo che non solo conosco da molto tempo ma soprattutto verso il quale sono legata da ricordi e da affetti familiari. Oggi essere qui ha però, anche un valore nuovo: è riconoscere soprattutto un lavoro ed un impegno che come Associazione Musicale “NICOLA SPADARO” state da anni profondendo. Desidero in questa occasione rendere omaggio all’attività dei docenti, dei ragazzi e non solo, che in modo volontaristico stanno trasformando un’opportunità di aggregazione in una delle più delle più importanti realtà culturali della Calabria.
Con il vostro operato, avete permesso che l’Aspromonte da simbolo dell’illegalità si trasformi in luogo di incrocio di valori nel solco della pace e della convivenza civile.
Cosa c’è di più importante da trasmettere ai nostri ragazzi, se non questo? Se non una terra liberata dalla mafia, più ricca di arte e cultura!
Questi meravigliosi ottanta ragazzi, tra gli 8 ed i 20 anni, sono veramente i migliori rappresentanti della bellezza e della bontà che esiste nella nostra terra.
Tanta bellezza non sarebbe potuta sbocciare se non ci fosse stato l’aiuto anche di alcune persone. Ne ricordo con piacere due almeno: il dottore Eduardo Lamberti Castronuovo, medico, che tutti conosciamo anche come editore con una grande passione per la musica e il Presidente Giuseppe Scerra che è stato un motore enorme con il suo desiderio di ricreare la banda a Delianuova, ricordandosi quella degli anni ’50. Praticamente con la forza della sua idea e della sua passione, è riuscito a costituire l’associazione ed anche l’orchestra. Bravi, anche perché sappiamo che quello che avete fatto non ha solo un alto valore artistico ma anche etico.
Il valore morale è motivato purtroppo dalla persistenza delle mafie che restano, ancora in molte aree del nostro Paese e della nostra regione, l’unica forma di potere riconosciuto, fortemente radicato e capace di rigenerarsi anche dopo fasi di repressione conseguenti a fasi di escalation di violenza.
Molte organizzazioni criminali continuano a svolgere un importante ruolo di socializzazione nelle aree più degradate e povere del nostro Sud, nelle quali le organizzazioni reclutano le proprie giovani leve, bambini e ragazzi, che restano incastrati a vita nella scelta delinquenziale e nella cultura mafiosa.
Quello che state facendo come realtà culturale nell’ambito della musica assume quindi una importanza enorme perché state sperimentando quotidianamente che forme di presenza, di conoscenza, di comunicazione possono dare una svolta efficace all’evoluzione positiva del nostro sistema sociale.
Dobbiamo riconoscere che al di là di certi meccanismi economici strutturali che sembrano non poter essere scalfiti dalle nostre azioni organizzate, al di là dei sedimentati atteggiamenti culturali, anch’essi a volte inattaccabili, l’impegno antimafia di questi anni è stato grande e non si tratta soltanto della quantità di energia messa in campo, quanto della qualità dei metodi adottati.
Voi state dimostrando, infatti, che la cultura, la formazione e l’arte sono una possibile strada per introdurre elementi di novità, sia nelle modalità con cui affrontare e conoscere il fenomeno mafioso, sia nelle prassi che essa può suggerire per la trasformazione delle strutture sociali in cui siamo inseriti.
Insieme a tante associazioni e tanti uomini delle istituzioni impegnati sul versante della prevenzione e della repressione voi state aggiungendo una visione particolare di impegno sociale, capace di anticipare una società liberata.
Voglio quindi esprimervi un mio ringraziamento ed un riconoscimento dell’alto valore artistico e sociale della vostra iniziativa.
Voglio infine augurare a questi bellissimi ragazzi e ragazze, di essere sempre coraggiosi portatori di un messaggio nuovo e dirompente, e di poter contagiare, così come avete fatto oggi, con il vostro entusiasmo e con la vostra musica un pubblico sempre più numeroso.

Continuazione Prima parte Atti della V° Giornata Regionale sull'Educazione alla Legalità

07.06.09 | by admin [mail] | Categories: Announcements [A]

ANTONIO ALVARO
(Presidente Comunità Montana Versante Tirrenico-Meridionale)
Sento prima di ogni altra cosa di dover ringraziare l’Associazione di cui è Presidente il dott. Giuseppe Scerra per l’opportunità che offre ogni anno al riscatto dell’Aspromonte, così come mi sento di salutare e ringraziare tutte le Autorità intervenute.
Credo che questa manifestazione rappresenti uno dei momenti più significativi e di più alto impegno per questa terra.
Ho sostenuto e sostengo che l’illegalità può essere sconfitta e debellata solo attraverso l’apporto quotidiano di tutta la gente onesta che vuole vivere ed operare nel rispetto delle leggi, che deve trovare il coraggio per costituire un argine possente contro la criminalità. Qualunque sia la sua missione, il suo mestiere o la sua funzione.

Certo è indispensabile la repressione, ma reprimere significa intervenire troppo tardi.
È, a mio modesto avviso, fondamentale prevenire la nascita della mentalità mafiosa.
Le sedi principali dove affrontare la prevenzione della mafiosità sono, in primis, la famiglia e la scuola.
La famiglia è la sede dove iniziare rispettando la legalità. È lì che inizia il cammino di crescita, ed è nella famiglia che bisogna sforzarsi di dare l’esempio di quanto sia importante rispettare le regole che ogni società organizzata si è data, per crescere e progredire in un sano sviluppo.
Altrettanto va fatto nell’ambiente scolastico. La Scuola è il primo approccio del bambino con la società organizzata e per questo è di fondamentale importanza.
Certo, la Scuola fa tanto per dare una corretta impostazione culturale, ma è soprattutto la crescita umana ed il rispetto dei valori democratici della legalità che deve essere inculcato nei giovani.
La vera scelta è oggi rimboccarsi le maniche, aiutarsi vicendevolmente unire le forze, dare impulso alla nostra coscienza per dare forza e darci forza. Non con azioni frammentarie e discontinue, ma con l’impegno continuo e costante. Si tratta di costruire, mattone su mattone con tenacia e assiduità una mentalità capace di scrollarsi di dosso i nefasti di coloro che con arroganza, con la violenza e la sopraffazione, hanno fatto diventare questa terra il simbolo dell’illegalità.
Sbaglia chi pensa che il crimine organizzato sia un fenomeno solo da reprimere. ci sono la Magistratura, l’Arma dei Carabinieri e i Corpi di Polizia che sanno fare egregiamente il loro lavoro.
Sono la paura e il disimpegno i mali peggiori contro cui dobbiamo combattere.
È contro la mentalità mafiosa che bisogna combattere, prevenendone la formazione e dimostrando che l’Aspromonte può e deve rinascere, servendosi del contributo di tutti: dei suoi figli più illustri come di quelli più umili, ma non per questo meno importanti.

La Comunità Montana di Delianuova, di cui sono amministratore, ha sempre privilegiato il rapporto con la scuola, proprio in virtù del fatto che considera l’Istituzione scolastica la prima vera formazione dell’individuo. Ecco la sfida che deve partire dalla giornata di oggi; sforziamoci di intervenire sempre di più e sempre meglio tracciando limiti netti fra la legalità e l’illegalità. Facciamolo partendo dalla famiglia ed invitiamo la Scuola a fare un po’ di più. Lo faremo per un fine bellissimo: il progresso civile e sociale della nostra tanto amata terra.
LEO AUTELLITANO
(Presidente del Parco Nazionale dell'Aspromonte)

Signori e signore, autorità civili, militari e religiose presenti a questa importante manifestazione organizzata dall’Associazione Culturale “N. Spadaro” di Delianuova.
Il titolo “Legalità: Prevenzione, repressione, recupero”. è certamente impegnativo ma dà a tutti la possibilità di portare un contributo al fine di lasciarlo come testimonianza in questo particolare momento che ha veramente bisogno di segni forti in tal senso.
Il tema, intriso di profondi significati, concorre all’importante crescita umana e culturale che ne deriva grazie all’impegno di chi ogni giorno testimonia questo grande valore.
In una società quale la nostra, dove è forte il richiamo a tale significato ed ancor più alla testimonianza, iniziative di questo genere, sicuramente, incrementano il bagaglio della nostra terra arricchendola ancora una volta di una goccia che può e deve far cambiare il mondo.
Sono profondamente convinto che le nuove generazioni stanno cambiando perché sentono forte l’esigenza di vivere la legalità così come sono profondamente convinto che sono necessari ed indispensabili pilastri di riferimento: uomini veri capaci di proiettare nel presente gli spazi del futuro e le luci che illuminano come fari la vita di chi si pone nel meraviglioso percorso della stessa.

Il nostro vero investimento, la nostra vera ricchezza sono proprio i giovani, quelli già formati e quelli da formare poiché non bisogna mai perdere di vista la possibilità di recuperare anche gli irrecuperabili.
Una vera e propria missione questa, difficile e talvolta irraggiungibile ma come tutte le sfide va perseguita fino in fondo senza avere mai il dubbio di non avere fatto il possibile per migliorare il mondo.
La società, purtroppo è contaminata da persone che non sono state recuperate, da persone, forse, troppe volte lasciate sole o per scelta o per vicissitudini della vita, da persone che non hanno mai avuto un punto vero di riferimento e che hanno inteso quale obiettivo della vita il lasciarsi portare da “un vento” qualsiasi.
La nostra presenza qui è per dire fortemente che deve essere “il vento” e non “un vento” a portare il nostro “io” per le strade del mondo. Deve essere il vento della coerenza, della profondità, della democrazia e della legalità ad accompagnare ogni azione dell’uomo perché la legalità è la base della democrazia, è il perno della libertà, è il baricentro del benessere, della serenità e della felicità di ogni individuo.
Tutto è un sistema in cascata. Tutto è come una pietra lanciata in uno stagno. La caduta in un punto qualsiasi provoca centri concentrici che via via si allontanano dal centro.
Questo è ciò che accade all’uomo che non vive la legalità. Non fa del male solo a sè stesso ma anche agli altri provocando drammi nelle vite altrui. Direi che si contaminano “acque” che casualmente si incontrano nel grande fiume delle vita.
Un uomo recuperato, invece, corrisponde a quella pietra mai buttata nello stagno. La stessa potrà essere usata per una grande costruzione. La costruzione del mondo che vive profondamente nel corso della vita ma principalmente nel cuore dello stesso uomo, vero universo e vera galassia ricca di luce.
TAVOLA ROTONDA
“LEGALITÀ: PREVENZIONE, REPRESSIONE, RECUPERO”.
Moderatore e relatore: Dott. Franco Bruno
Interventi: Dott. Roberto Di Palma
Dott. Giuseppe Priolo
Dott. Piero Fantozzi

DOTT. FRANCO BRUNO
(Giornalista)
Questa giornata regionale che l’Associazione “Nicola Spataro” ha istituzionalizzato sui Piani di Carmelia, nel cuore dell’Aspromonte, rappresenta ormai l’occasione per tracciare un bilancio di quello che è stato fatto in un anno in Calabria per irrobustire il concetto di legalità e promuoverlo come valore.
Ogni appuntamento propone un approfondimento diverso. Questa volta a noi relatori viene chiesto di pronunciarci sul rapporto di causa ed effetto che può esserci fra la prevenzione, la repressione, il recupero e la legalità.
Non c’è dubbio che si tratta di tre aree di intervento distinte che, se sapientemente utilizzate, possono determinare una elevazione del tasso di legalità.

La storia ci ha insegnato che l’azione repressiva, da sola, non è sufficiente a svuotare il mare dei comportamenti illegali. Occorre costruire altri due presidi, a monte e a valle dell’attività repressiva, che riducano le dimensioni del fenomeno.
Da diversi anni, almeno dieci ormai, stiamo investendo in Calabria energie e risorse per realizzare efficaci percorsi di prevenzione e di recupero.
È sotto gli occhi di tutti l’impegno della Chiesa calabrese, attraverso tutte le sue articolazioni: dalle parrocchie, all’universo del volontariato cattolico. Oggi abbiamo avuto qui il vescovo di Locri, monsignor Bregantini che, senza bisogno di elencare tutte le iniziative avviate, nella sua diocesi ha realizzato un laboratorio dove si sperimentano nuove e avanzate forme di prevenzione e recupero. E parliamo di una delle aree più complesse e a rischio di tutta la Calabria.
Alla stesso modo va sottolineato il lavoro che svolge l’istituzione scolastica, qui rappresentata dall’amico Guido Leone, uno dei primi a sperimentare attività extra scolastiche finalizzate alla promozione della legalità fra gli studenti calabresi.
E poi tanti movimenti e associazioni, compresa quella che ci ospita e che ha costruito attorno alla passione per la musica un fulcro di interesse, e perché no, una prospettiva futura, per tanti ragazzi di questa zona dell’Aspromonte, grazie all’entusiasmo del dottor Giuseppe Scerra.
Insomma, un bilancio largamente positivo, anche quest’anno, sul piano delle attività messe in campo per tenere alta la tensione nel contrasto alla criminalità organizzata e diffondere la cultura della legalità in tutto il territorio calabrese.
La domanda da porre, semmai, è se i risultati raggiunti siano adeguati alle energie e alle risorse profuse; cioè se in tutti questi anni il livello di legalità nella nostra regione è aumentato e di quanto.
Rispondere è quasi impossibile.

Sicuramente è cresciuta nella società calabrese, individualmente e collettivamente, l’aspirazione alla legalità. Se vogliamo dircelo, si è sviluppata anche una sensibilità che aiuta a distinguere con maggiore nettezza, rispetto al passato, i comportamenti leciti da quelli illeciti; a essere più consapevoli dei diritti e anche dei doveri.
Ma dire che tutto questo ha contribuito ad elevare in cifra assoluta il tasso di legalità nella nostra regione, è cosa diversa.
Intanto perché questo tasso non è stabile, anzi è molto mobile, può oscillare e lo fa, verso il basso o verso l’alto, a causa di molti fattori.
Se, per esempio, si guarda alla situazione della Calabria dagli ultimi dieci anni ad oggi, verrebbe naturale concludere che tutto l’impegno mirato a promuovere la legalità ha prodotto ben scarsi risultati.
Ma sappiamo tutti che non è così. Sappiamo però altrettanto bene che alcuni errori nell’attività di prevenzione e recupero, ci sono stati; che forse alcuni ambiti territoriali e sociali sono stati inopinatamente trascurati e in altri si sono realizzati doppioni, con spreco di risorse.
Manca, in questo come in tanti altri settori della vita calabrese, una programmazione.
E questo mi porta alla seconda considerazione: non esiste una formula in grado di calcolare il livello di legalità raggiunto da una comunità in un certo arco di tempo. Ogni valutazione è ispirata da giudizi estremamente soggettivi, che si basano sul vissuto individuale. Peggio, più è forte lo status comunicativo del soggetto che esprime il giudizio, più alto è il rischio di una generalizzazione fuorviante.
È probabile, ad esempio, che i partecipanti, o alcuni di loro, a questa stessa manifestazione due anni fa, siano stati animati da maggiore entusiasmo e fiducia nella possibilità di trasformare la Calabria in una regione legale, di quanto ce ne possa essere oggi.
Qui sul palco siamo un magistrato, un sociologo, un prefetto e un giornalista. È normale che ognuno di noi percepisca un livello diverso di legalità.
Questo dipende dagli ambiti territoriali e dal sistema relazionale in cui ognuno di noi si muove.
Il magistrato può essere più ottimista se nella sua circoscrizione, ad esempio, sono stati assicurati alla giustizia più latitanti o più organizzazioni criminali; il prefetto, se sono stati sciolti Enti poco trasparenti o se, dal suo osservatorio, verifica una diffusa responsabilità nella gestione della cosa pubblica.
Tutti questi sono fattori, che fra l’altro attengono solo al versante della repressione, importanti, ma parziali per determinare il tasso di legalità di un territorio o di una intera regione.

Per rispondere esaurientemente alla domanda che ci siamo posti, è necessario individuare, con un procedimento scientifico, un insieme di indicatori in grado di misurare il livello di legalità di un territorio, più o meno vasto, con un margine di approssimazione il più possibile ridotto.
Per rendere l’idea, si tratta di costruire un modello statistico come quello usato per calcolare la qualità della vita nei capoluoghi italiani, di cui per altro la legalità è parte, che ogni anno viene proposto dal “Sole 24 Ore”.
Uno strumento del genere, a disposizione delle istituzioni e di quanti a vario titolo concorrono a formare cultura della legalità, consentirebbe di graduare, distribuire e armonizzare gli interventi di prevenzione e recupero e, perché no, orientare anche il lavoro di repressione, per renderlo più calzante ed efficace, rispetto alle esigenze dei territori e delle comunità.
DOTT. ROBERTO DI PALMA
(Magistrato)
Saluti e ringraziamenti:
ai convenuti, agli organizzatori, ai co-relatori;
a tutti per la fiducia accordatami nell’invitarmi quale relatore ed anche per avermi fatto fare questa “gita” a Delianuova, Paese che – nella Piana – per svariati motivi ritengo un po’ la mia seconda casa.
Premetto che parlo a titolo personale e che ciò che andrò a dire – pur sintetizzando un’opinione comune fra i miei colleghi – non è certamente la voce ufficiale della Procura della Repubblica di Reggio Calabria e men che meno della Magistratura del Distretto: tale compito non mi compete.
Il tema del convegno è estremamente ampio: tocca problemi morali, etici, sociali, politici, giuridici.

E, fra questi ultimi, alcuni strettamente connessi alla attività lavorativa che svolgo (Magistrato del Pubblico Ministero, ossia inquirente) altri più propriamente di Polizia, precisamente nell’ottica della prevenzione e sicurezza pubblica.
Dunque, atteso il tempo a mia disposizione, attesa la necessità di non sottoporre ad un inutile “Calvario” l’auditorio, attese le mie specifiche competenze, cercherò di focalizzare il mio intervento soprattutto sul tema della “REPRESSIONE”, toccando solo in limine quelli della “Prevenzione” e del “Recupero”.
I temi che riguardano il processo penale sono tanti: se ne potrebbe discutere per giorni interi.
Necessariamente, dunque, dovrò fare solo dei brevi accenni alle problematiche più significative.
Ma prima, mi pare opportuno delineare il concetto stesso di Legalità:
“Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si uniscono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione...” Cesare Beccaria
Con il termine legalità si intende l’osservanza delle leggi, cioè il rispetto delle norme democratiche che regolano la vita civile.
Un noto politico, ultimamente ha correttamente affermato che: “La legalità non è di destra o di sinistra. La legalità non ha, e non deve avere, colore politico.
È un diritto fondamentale dei cittadini, e chiunque è al governo di una comunità sa che assicurarne il rispetto è un suo compito, un suo dovere”.
Lo stato deve essere il primo garante della legalità, praticando quei comportamenti corretti che poi si esigono dai cittadini e assicurando alla giustizia i criminali.
La legalità ha bisogno di ragioni più profonde per affermarsi e, tra queste, una delle più importanti è che essa conviene alla società. Nella società attuale ci sono molte regole da rispettare.
Dunque, la legalità è il rispetto delle regole che deve essere ricercato non tanto in un dovere astratto di ossequio formale ma in una motivazione profonda e convinta. È proprio in questo concetto che si risolve il rapporto tra etica e legalità, rapporto che è antico quanto il diritto stesso.
Oggi dobbiamo registrare una profonda crisi della legalità sotto i diversi profili di una crisi del diritto in sé, della credibilità dell’organizzazione dello Stato e delle sue istituzioni, della cultura, della comunità civile.
Troppe norme e spesso confuse, tribunali intasati, processi lunghi, difficoltà nell’applicare le pene e conseguente sfiducia dei cittadini,
Questo dato è stato – ed è costantemente – affermato e ribadito da autorevoli fonti: dalle Relazioni annuali del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, alla nota pastorale della CEI datata 04 ottobre 1991 (la quale, testualmente, parla di “eclissi della legalità”), ad interventi di autorevoli esperti – fra cui politici e sociologi –, ai rapporti del CENSIS ad, ormai, infiniti sondaggi d’opinione.
La giustizia – dunque - è in crisi, e le fa eco il senso di sicurezza, questa crisi è percepibile sia nei reati riconducibili alla criminalità comune o organizzata, sia nella tolleranza che viene riservata ad una serie di comportamenti illeciti.
Quali sono i mali che affliggono il processo penale?
Lentezza, dispendiosità, incertezza assoluta della pena.
Come è facilmente constatabile, i dati ufficiali forniti annualmente dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione dimostrano che le leggi approvate negli ultimi anni favoriscono il cumulo dei processi e ne allungano i tempi.
Essi dimostrano anche che i rimedi proposti ultimamente, quali separazione delle carriere dei magistrati e limitazione dell’autonomia della magistratura, con i problemi riguardanti la giustizia dei cittadini non c’entrano niente. I processi civili e penali irrisolti sono circa 10 milioni, dei quali circa 4 milioni i processi penali e i rimanenti quelli civili.
Anche se si dovesse raddoppiare il numero dei magistrati, operazione impossibile per la difficoltà a reperire i fondi necessari. Si dovrebbero, per esempio, chiudere le scuole o tagliare le pensioni per raggranellarli, a maggior ragione di questi tempi dal momento che l’economia del paese è stagnate e le entrate fiscali non aumentano. Allora, probabilmente, è, non tanto opportuno, ma assolutamente necessario cambiare le regole del processo penale.
I rimedi, a mio sommesso avviso, e come – peraltro - sostenuto anche da altri autorevoli studiosi del fenomeno, si possono così sintetizzare: esecuzione provvisoria della sentenza di primo grado come avviene in tutti i paesi con processo a rito accusatorio; limitazione dell’appello, riforma delle impugnazioni e della prescrizione dei reati.

Sul punto, ricordo che in Parlamento proposte serie per ridurre i tempi dei processi non ne sono state presentate da alcuno.
I media riportano sempre più spesso interi capitoli e puntate dedicate ai problemi della Giustizia, riportando ora questo ora quel pensiero sull’argomento: quasi sempre, però, i cittadini vengono presi in giro con cinica determinazione.
Perché quelle stesse persone che tutte – concordemente – ritengono che il “Problema Giustizia” – soprattutto avuto riguardo alla durata dei processi penali - sia uno dei più gravi del nostro Paese, e per ciò stesso uno dei più urgenti da risolvere, che concordano con l’inadeguatezza o carenze delle strutture Giudiziarie (in ciò ricomprendendo uomini e mezzi), che si indignano di fronte ai fatti di cronaca nera più o meno efferati, quelle persone – si diceva – sono le stesse che poco o nulla fanno, in concreto, per porre rimedio a tali situazioni.

Il prof. Franco Palumbo, la dott.ssa Falduto e il prof Paolo Talia
Manca una reale volontà politica di affrontare il problema in maniera sistematica, attraverso concreti studi di settore effettuati “sul campo”, per sentire la voce degli operatori, coglierne le reali esigenze, studiarne e mettere a punto piani reali per dare risposte.
La eccessiva durata dei processi e l’incertezza della pena rappresentano i problemi più gravi, ed al contempo irrisolti, della giustizia dei cittadini.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già comminato all’Italia circa 300 condanne, per una somma di 20 milioni di euro, a causa della lentezza dei processi e dei danni che la giustizia provoca a coloro i quali “cadono nelle maglie della Giustizia”.
Il processo penale, la cui durata è un po’ inferiore al processo civile e a quello tributario, è socialmente più “sentito” nella coscienza sociale per le seguenti ragioni:
– colpisce l’opinione pubblica;
– influenza il livello di fiducia dei cittadini nella giustizia;
– coinvolge la libertà personale;
– è un metro di valutazione dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, soprattutto nei casi in cui si vedono coinvolti indagati/imputati “eccellenti”;
– riguarda anche la criminalità organizzata e mafiosa;
– interessa, per definizione, situazioni (id est reati) che provocano allarme sociale;
– riguarda situazioni economico-finanziarie a volte direttamente (o indirettamente) condizionanti ben più complessi sistemi i cui risvolti possono anche riverberare a livello nazionale.
In realtà un processo penale dura mediamente 10 anni e, se sono previsti più capi di imputazione e molti imputati anche di più.
Il che significa che il processo perde ogni carattere di garanzia e la giustizia, diventa ingiusta e persecutoria.
Infatti, se l’imputato viene assolto, la sua vita è stata segnata per sempre.
Se è colpevole, ma ha già scontato la carcerazione preventiva, al momento della condanna definitiva - dopo molti anni dalla data del delitto, l’eventuale inserimento dello stesso nella società, l’avere cambiato stile di vita, l’essersi fatto una famiglia, l’avere assunto un lavoro – l’esecuzione della pena, appunto, diventa una “ingiustizia”.
I processi lunghi diventano strumento utile e dilatorio solo per gli imputati ricchi (e colpevoli), che possono pagare bravi avvocati i quali li difendono dal processo perché non si arrivi a sentenza e, magari, intervenga la prescrizione.
Attualmente, le procedure previste dal codice sono le seguenti:
Indagini preliminari, esame e decisione del G.I.P., (in caso di misure cautelari: TDL e Cassazione), udienza preliminare, primo grado di giudizio, appello, cassazione, tribunale di sorveglianza per l’esecuzione della pena.
Questo è l’iter processuale “normale”: l’imputato viene giudicato da 14 giudici, ma in genere, soprattutto per i processi che vedono come imputati grandi criminali e persone importanti, i tempi si allungano e i giudici possono essere anche molti di più.
L’allungamento dei tempi è anche determinato dalla legislazione falsamente garantista approvata, perché i proponenti non si sono mai posto il problema di coniugare garanzie ed efficienza, né di salvaguardare le vittime e la società.
Si pensi, per puro esempio, al cosidetto “patteggiamento allargato in appello”: istituto che ha introdotto la possibilità di concordare – fra Accusa e Difesa – una pena da irrogare al condannato in vece di quella già inflittagli in primo grado.
Si assiste – di regola – a sconti di pena inauditi anche per reati gravissimi come omicidi, associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata alla detenzione e traffico di sostanze stupefacenti etc.
Qual è la ratio di tale norma?
Dov’è il reale senso di giustizia che vi sottintende?
Se le norme sono la formulazione giuridica del sentire etico, morale, sociale dei cittadini (come insegna qualsiasi manuale di diritto), a quale interesse sottintende tale norma?
Qual’è il senso del primo grado di giudizio, se poi interviene un accordo in secondo grado?
Perché spendere tempo e soldi durante le indagini preliminari ed in primo grado se poi è prevista tale procedura in appello?
Si pensi agli indulti, indultini, amnistie che – con cadenza matematica - intervengono sistematicamente nel panorama legislativo italiano.
Rispondono realmente alle istanze dei cittadini?
Si fa spesso riferimento, per giustificare tali interventi, ad “benefico” effetto deflativo per il processo. Al sovraffollamento delle strutture carcerarie.
Si forniscono numeri e statistiche anche con il fine di condizionare, forse, l’opinione pubblica: ma – come tutti sanno – i numeri e le statistiche vanno letti ed interpretati, anche in considerazione di precedenti interventi.
Mi riferisco, per esempio al fatto che quando si parla di “detenuti in attesa di giudizio” (per differenziarli dai cosidetti “definitivi”) molto spesso si omette che la maggior parte di costoro sono già stati giudicati in primo grado e/o in appello e non sono ancora “definitivi” perché pendono appelli e/o ricorsi in Cassazione che – si ripete – sono retaggio di un codice inquisitorio.
Di quel codice inquisitorio che nel 1992 abbiamo abbandonato, accogliendo a braccia aperte il rito accusatorio, di matrice anglosassone, che però – come detto – prevede solo in casi eccezionali l’appello e il ricorso.
Ma questo ce lo siamo colposamente o dolosamente dimenticati.
Ed ancora, sul punto, si tace della chiusura di una serie di istituti penitenziari senza che ne sia seguita una logica apertura di altri, ispirati a nuovi e più moderni criteri.
È evidente che, così facendo, le carceri saranno sempre più sovraffollate.
Per non parlare, poi, dei termini di prescrizione del reato che sono stati ulteriormente abbassati, anche in considerazione del riconoscimento indiscriminato e quasi automatico delle circostanze attenuanti generiche, per cui lo Stato, alla fine, finisce per non perseguire di fatto alcune categorie di reati, con il duplice risvolto negativo di incentivare il senso di sfiducia nella giustizia nei cittadini onesti e quello di impunità nei disonesti.
Altro tema delicato, poi, è quello relativo ai collaboratori di giustizia spesso abbandonati dalle istituzioni, talvolta vittime di norme schizofreniche che si succedono senza organicità.

Il dott. Giuseppe Creazzo, Vice Capufficio Legislativo del Minestero di Grazia e Giustizia, con la suocera sig.ra Maria Licastro in Scerra
Si pensi che ai collaboratori, esauriti gli impegni processuali, viene proposta la fuoriuscita dal programma di protezione con la capitalizzazione del loro sussidio annuo moltiplicato per i successivi 5 anni: ebbene, poiché lo status di collaboratore presuppone di avere anche ammesso le proprie responsabilità e, dunque, di essere stato oggetto di processi e condanne, la Legge non prevede alcun esonero dal pagamento delle spese processuali (da non confondersi con quelle di assistenza legale).
Di talchè, a fronte di una “liquidazione” pari ad una cifra x ne seguono cartelle esattoriali per spese del processo pari a x moltiplicato 10 o 100.!!!!
Infine, ma non da ultimo, il problema più tecnico della dispendiosità del processo penale: dal duplice punto di vista dello Stato – che è chiamato a sostenere spese non di poco conto (si pensi alle intercettazioni telefoniche) – e del privato che si trova ad essere indagato e/o imputato.

Dal primo punto di vista, porto due esempi: la testimonianza, le notifiche e le intercettazioni telefoniche.

CONTINUAZIONE II° PARTE

12.05.09 | by admin [mail] | Categories: Announcements [A]

Testimonianza:
Calabria

Si riporta qui a seguire una sintesi della relazione CENSIS del 2000 sulla situazione culturale/criminale della Provincia di Reggio Calabria.
Dalla stessa si rileva uno spaccato molto realistico della nostra società sul quale siamo tutti chiamati a riflettere e con il quale dobbiamo confrontarci.
Prima ed ultima: prima quanto alla pervasività del crimine organizzato; ultima - tra tutte le regioni italiane - nello sviluppo socioeconomico (e culturale).
La ‘ndrangheta è un atteggiamento, una malattia dell’animo umano, che, in determinate condizioni economiche e culturali, diventa una malattia sociale.
Quello che non si può fare a meno di notare è la tendenza – da parte di chi non vive in questa Regione - a sottolineare, e forse addirittura a sopravvalutare, gli aspetti negativi che caratterizzano questa terra.
Una terra che è sempre stata povera di risorse proprie e che, inoltre, non ha mai vissuto una unitarietà, frammentata in tanti piccoli cosmi e microcosmi su cui lo Stato non ha mai imposto le proprie leggi ed in cui si sono formati gruppi sociali che hanno assicurato protezione e rispetto del diritto.
Ed è proprio questa assenza dello Stato centrale, ma soprattutto di una classe dirigente locale capace ed efficiente, che viene invocata, ancora una volta, come la causa principale del ritardo nello sviluppo e della facilità con cui la criminalità ha potuto inserirsi nel tessuto sociale, proponendo modelli alternativi di crescita e di gestione della cosa pubblica.
La struttura della criminalità calabrese ripete quella del territorio in cui è situata: si tratta di una organizzazione fondata su di un nucleo minimale a base familiare (la ‘ndrina), policentrica ma “federata”, nel senso che, pur non esistendo un rapporto gerarchico tra le diverse ‘ndrine queste si incontrano periodicamente (perlomeno quelle che gravitano attorno agli stessi territori), stringono patti di non belligeranza, si alleano nel caso di affari particolarmente importanti, dirimono eventuali questioni per evitare faide interne.
La più probabile derivazione del termine ‘Ndrangheta è quella dal greco andragathía, (andragatia) traducibile con “virilità”, “coraggio”. Secondo un’altra etimologia, la parola deriverebbe dal toponimo “Andragathia Regio”, che in età moderna designava un’ampia zona situata a cavallo tra le odierne Calabria e Basilicata.
La mafia non è un fenomeno che interessa solo pochi uomini, è soprattutto una mentalità, un modo di intendere la vita, che induce l’individuo a rapportarsi con gli altri in un certo modo.
E deve essere combattuta.
“Il legame fra gli affiliati alla ‘ndrangheta è molto forte e quasi indissolubile perché legato a vincoli di effettivo “comparaggio”; non è un caso se questa organizzazione è quella che fa registrare il minor numero di collaboratori di giustizia e quindi quella che ha meno risentito della azione di contrasto perpetrata dalle forze dell’ordine.
Particolarmente interessante, in un’area in cui la presenza del crimine organizzato risulta così massiccia, è l’opinione degli intervistati riguardo alla consistenza della cosiddetta “zona grigia”, ovvero di quella parte di popolazione che, anche senza essere collusa, intrattiene con la ‘ndrangheta rapporti più o meno diretti. Ebbene, all’interno della popolazione calabrese ci sono diversi modi di convivere con il fenomeno della criminalità:
– innanzitutto vi è la stragrande maggioranza della popolazione che è contraria alla criminalità organizzata e al culto della violenza;
– c’è poi una fascia di cittadini che hanno perso la “coscienza del peccato” e decidono di convivere con la criminalità organizzata, diventando correi, pur senza partecipare direttamente alle attività illecite, ma garantendo, di volta in volta il silenzio o, addirittura, il plauso;
– c’è infine una esigua minoranza, molto aggressiva che si presta a scendere in campo e a fare da manodopera alla criminalità.
In ambito economico, il discorso si fa più complesso: c’è chi sostiene che, perlomeno in provincia di Reggio, tutti gli esercenti e gli imprenditori abbiano un rapporto con la criminalità, se non altro attraverso il pagamento del “pizzo”.
Ma cosa deve fare il cittadino, qualsiasi sia il ruolo svolto, per diffondere il valore della legalità?
Essendo l’uomo destinato a vivere in una società, è indispensabile che la vita sociale sia regolata da leggi (secondo l’antico brocardo: ubi societas ibi ius): se tali regole mancano oppure se non sono rispettate, la forza prevale sulla giustizia.
La legalità viene perciò definita come il rispetto e la pratica delle leggi e viene considerata condizione fondamentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini.
Dunque ed infine, se cade il senso di legalità, ciò può essere dovuto a due fattori fondamentali:
– il modo di gestire il potere e di formulare le leggi;
– il modificato senso di solidarietà tra gli uomini e la loro moralità.
Quanto al primo aspetto, è chiaro che la responsabilità ricade sugli uomini delle istituzioni; quanto al secondo, è compito di ogni cittadino nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità coltivare e promuovere il senso di legalità.
Partiamo dunque dal primo aspetto. Cosa deve fare il potere politico per promuovere un autentico senso di legalità, per educare alla legalità?
Deve tra l’altro assicurare il rispetto di alcune condizioni:
– l’esistenza di chiare e legittime regole di comportamento che temperando gli istintivi egoismi individuali o di gruppo antepongano il bene comune agli interessi particolari;
– la correttezza e la trasparenza dei procedimenti che portano alla scelta delle norme e alla loro applicazione, in modo che siano controllabili le ragioni, gli scopi e i meccanismi che le producono;
– la stabilità delle leggi che regolano la convivenza civile;
– l’applicazione anche coattiva di queste regole nei confronti di tutti, evitando che siano solo i deboli e gli onesti ad adeguarvisi, mentre i forti e i furbi tranquillamente le disattendono.

Nella società del 1991 i Vescovi denunciarono in un documento datato 04 ottobre 1991, dal titolo “Educare alla Legalità”, il difetto di questi requisiti minimi, evidenziando in particolare che:
– lo Stato è divenuto sempre più debole;
– affiora l’immagine di un insorgente neo-feudalesimo, in cui corporazioni e lobbies manovrano la vita pubblica, influenzano il contenuto stesso delle leggi, decise a ritagliare per il proprio tornaconto un sempre maggiore spazio di privilegio;
– le leggi, che dovrebbero nascere come espressione di giustizia, e dunque di difesa e di promozione dei diritti della persona, e da una superiore sintesi degli interessi comuni, sono spesso il frutto di una contrattazione con quelle parti sociali più forti che hanno il potere di sedersi, palesemente o meno, al tavolo delle trattative, dove esercitano anche il potere di veto.

Tutto ciò ha portato ad elevare al massimo il potere ricattatorio di chi ha una particolare forza di contrattazione, ad aumentare il numero delle leggi “particolaristiche” (cioè in favore di qualcuno) e di ridurre invece drasticamente le leggi “generali”, vanificando così le istanze di chi non ha voce né forza; le violazioni della legge non hanno spesso un’effettiva sanzione o perché sono carenti le strutture di accertamento delle violazioni, o perché le sanzioni arrivano in ritardo, rendendo in tal modo conveniente il comportamento illecito.
Anche la classe politica, con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, a scadenze quasi fisse, annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l’opinione che si può disobbedire alle leggi dello Stato.
Chi si è invece comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita o persino premiata la loro trasgressione della legge.
C’è da chiedersi, dunque, se nel 2007 sia cambiato qualcosa con riferimento all’esistenza delle condizioni minime appena menzionate.
Con riguardo agli interessi perseguiti da alcune leggi dello Stato, il tema è di scottante attualità ed è stato abbondantemente dibattuto.
Quanto agli altri aspetti, dicevano i Vescovi, come si è visto, che il sistema deve garantire mezzi e risorse perché si accertino e si sanzionino gli illeciti e che non si dovrebbe fare ricorso ai condoni, che producono un abbassamento della cultura di legalità perché premiano i furbi e scanzonano gli onesti.
Sulla prima questione basta ricordare il tema delle risorse riservate all’amministrazione della giustizia, mentre, con riferimento al secondo aspetto, basterà rammentare quanti condoni sono stati promulgati dal 1991 ad oggi.
Se dunque oggi, nel 2007, quasi nulla è cambiato rispetto al 1991, è il caso di passare al secondo punto cioè alla necessità che siano i cittadini stessi, ed in primis i cristiani, a formarsi una coscienza attenta al rispetto della legge.
In altre parole, il rispetto della legge deve oggi più che mai essere assicurato da un’opera di educazione svolta dalle nostre comunità, dalla base.
Di fronte all’eclissi della legalità è necessario promuovere moralità e legalità, la prima intesa come “libera accoglienza interiore ed esteriore di ogni giusta norma” e la seconda quale “comportamento in linea con la normativa vigente, qualunque essa sia”.
Un particolare compito, evidentemente, deve essere affidato alla famiglia ed alla scuola.
La comunicazione del valore della legalità non può non assurgere a compito primario per chi, per mandato elettivo o per ruolo istituzionale, svolge una funzione pubblica, ma anche i singoli cittadini, e per la società civile nelle sue varie articolazioni, laddove più incisiva può essere l’efficacia del buon esempio.
La prima Istituzione con cui ci confrontiamo è la famiglia, poi la scuola. Il primo volto che lo Stato assume è quello dei nostri genitori, maestri e insegnanti.
Le prime “leggi” che ci insegnano a rispettare sono quelle legate alla disciplina familiare e scolastica.
Ecco perché la famiglia e la scuola sono il terreno adatto per parlare di legalità.
In ambito familiare il primo punto da chiarire con fermezza è quello per cui taluni diritti/doveri dei genitori non sono delegabili: a nessuno.
Non alla scuola, non alle associazioni, non alla Chiesa.
Queste realtà hanno un loro ambito operativo di supporto alla famiglia, ossia ai genitori, non certo di sostituzione degli stessi.
I genitori devono continuare a fare i genitori. Nessuno può stabilire in loro vece quali programmi televisivi, per esempio, possono essere visti dai loro figli e quali sia da ritenersi “sconsigliabili alla visione di un pubblico minorenne”.
Queste – come mille altre – sono decisioni dei genitori: e di nessun altro.
E l’insegnamento della legalità, del rispetto delle regole, passa attraverso i genitori e la famiglia: attraverso, innanzitutto, l’esempio concreto.
“Purtroppo i Giudici possono agire solo in parte nella lotta alla mafia. Se la mafia è un’istituzione antistato che attiva consensi perché ritenuta più efficace dello stato è compito della scuola rovesciare questo processo perverso, formando giovani alla cultura dello stato e delle istituzioni”. Paolo Borsellino

La scuola è un contesto organizzato nel quale regole comportamentali e ruoli sono altamente formalizzati. Anche gli insegnanti, non solo gli studenti, devono rispettare regole precise.
A scuola ciascuno comprende di avere diritti e doveri. E impara a rispettare la libertà degli altri.
La scuola ha un ruolo centrale nel diffondere la cultura della legalità e della convivenza civile.
La mia proposta?
L’inserimento orario di “LEGALITÀ” nelle scuole.
DOTT. GIUSEPPE PRIOLO
(Viceprefetto)
Sono particolarmente lieto di partecipare a questa tavola rotonda, in questo meraviglioso scenario naturale, che le iniziative dell’Associazione culturale “Nicola Spadaro” e dell’infaticabile Suo Presidente, dottor Scerra, contribuiscono a far conoscere ed apprezzare in positivo.
Sono lieto parimenti dell’argomento della chiacchierata odierna che pone l’accento, in maniera oculata e direi originale, sulle attività che, sotto ogni versante, le Istituzioni debbono porre in essere per affermare concretamente la pratica della “legalità”.

Se il dottor Di Palma ha mirabilmente trattato, sotto il profilo tecnico-giuridico, l’impianto sanzionatorio dell’ordinamento con specifico riferimento - non poteva essere altrimenti, nella nostra realtà - alla normativa antimafia, porre l’accento sugli aspetti della prevenzione dei comportamenti illeciti e sulle possibilità di recupero offerte a chi sia incorso in “disavventure giudiziarie”, costituisce un preciso dovere per tutti coloro che sono investiti di responsabilità istituzionale.
In questa ottica è compito delle Istituzioni favorire e sostenere ogni iniziativa che Associazioni di volontariato, Cooperative sociale, Istituzioni religiose, mettono in campo quotidianamente, spesso con sacrificio personale ed impegno disinteressato, per alleviare il disagio sociale e l’emarginazione, offrire occasioni di reinserimento, creare opportunità di lavoro e di sviluppo.
Se è senz’altro commendevole ciò che l’Associazione Culturale Nicola Spadaro riesce a realizzare, per il quinto anno consecutivo, portando qui a dibattere, nel cuore dell’Aspromonte, i temi della legalità e della giustizia e ribaltando così l’immagine di una terra capace solo di delitti e sequestri, è oltremodo ammirevole l’attività dell’Orchestra giovanile di fiati, organizzata dalla stessa Associazione, che, si badi bene, è composta esclusivamente da giovani, under 20, tutti provenienti da Delianuova e dai paesi limitrofi, in attuazione concreta di quella felice intuizione, divenuta uno slogan ormai ben noto: “chi fa musica non delinque”.
L’attenzione prestata oggi al progetto Potamos della Cooperativa Valle del Bonamico, culminata nella riconoscimento attribuito al suo vulcanico Presidente, dottor Piero Schirripa, è altresì motivo di grande soddisfazione per chi ha seguito e condiviso dall’origine la genesi e la realizzazione di un progetto rivolto prioritariamente a detenuti, ex detenuti e familiari di detenuti.
La richiesta accorata, rivolta con una missiva pubblica ad Autorità istituzionali e religiose, da parte di coloro che avevano partecipato al corso di formazione del progetto Potamos in buona sostanza è così sintetizzabile: “date un’occasione, una possibilità, a chi ha sbagliato ed ha capito di avere sbagliato, date una opportunità di vivere nelle legalità, di fare una scelta diversa in contesti in cui, molto spesso le scelte sono obbligate”.
Ecco, dunque, rispetto a queste richieste, rispetto a queste aspettative, ognuno di noi ha il dovere di confrontarsi, ha il dovere di dare risposte, senza pregiudizi, senza fermarsi al nome o al cognome, talora tristemente noto, dell’interlocutore.
È un compito da assolvere per chi ha responsabilità istituzionali; è un dovere, anche morale, per chi è figlio di questa terra, perché è solo per questa via che passa la possibilità di riscatto per tante, difficili realtà della Calabria e dell’Aspromonte.
DOTT. PIERO FANTOZZI
(Sociologo)

Questo breve contributo affronta il problema della mafia e della costruzione sociale della legalità. Il fenomeno mafioso in quanto espressione di violenza, sembra essere confinato a momenti straordinari della vita sociale, quando cioè accadono omicidi, atti di intimidazione, danneggiamenti, e così via e non si nota, invece, che l’azione mafiosa, per sua natura, ha bisogno di vivere nelle pratiche quotidiane e di influenzare fortemente le culture individuali e collettive. La vita della comunità, del mercato, della politica e della società civile (gruppi d’interesse) risentono fortemente della sua presenza. La mafia influisce sul modo in cui le varie istituzioni (famiglia, impresa, comune, ecc..), si relazionano all’interno dei loro ambiti (comunità, mercato, politica). Inoltre è bene ricordare che la cultura mafiosa pesa sul modo come un individuo guarda il mondo e le sue istituzioni. La mafia è produttrice di norme e di valori che danno luogo ad un vero e proprio processo d’istituzionalizzazione che in molti territori diventa la forma di regolazione sociale più efficace e più importante. Tale regolazione tende a sostituirsi a tutte le altre forme anche a quelle statuali, e ciò avviene a volte nel conflitto violento, altre volte attraverso la manipolazione.
Per molti anni gli studi e anche le convinzioni di senso comune tendevano a leggere la prepotenza mafiosa come un fenomeno di arretratezza. L’arrivo della modernità avrebbe dovuto far scomparire questo grave fenomeno. L’intensificazione della modernizzazione non solo non ha prodotto un ridimensionamento dell’azione mafiosa, ma la ha sicuramente resa più pervasiva e diffusa. Il cambiamento ha offerto all’impresa criminale mafiosa nuove opportunità di sviluppo ed ha aperto nuovi percorsi per il coinvolgimento nelle attività illegali e violente. Obiettivo della mafia, nelle sue varie articolazioni, è l’acquisizione di ogni tipo di potere, politico, economico e sociale.
Nel Mezzogiorno d’Italia il fenomeno mafioso si è radicato e riprodotto in alcune regioni, come la Sicilia, la Calabria e la Campania, da lungo tempo; in altre come la Puglia e la Basilicata è stata accertata la presenza del fenomeno criminale negli ultimi trenta anni. In alcune zone dell’Abruzzo e del Lazio si cominciano a notare, nell’ultimo decennio, segni evidenti di criminalità organizzata di tipo mafioso. La mafia si presenta di volta in volta in modi diversi, alcuni dei suoi elementi più comuni sono: l’esercizio della violenza, la penetrazione nella politica e nelle istituzioni, il controllo di precise attività economiche illegali, l’estorsione, il riconoscimento della sua leadership come élite sociale. Le sue attività, specie in questi ultimi decenni, vengono esercitate in ambiti nazionali e internazionali sempre più vasti e spesso in connessione con altri gruppi criminali. La sua forza, però, è il radicamento territoriale e comunitario. Il cuore dell’azione mafiosa è in quei paesi e in quelle realtà sociali dove essa si radica, si riproduce e si legittima. Una immagine molto efficace di questo fenomeno è quella che ci dà Rocco Sciarrone, un giovane studioso calabrese che insegna all’Università di Torino: una tela senza ragno, cioè una rete mafiosa densa e compatta con una elevata capacità di connessione, con tanti nodi dove si intrecciano le relazioni tra mafiosi ed esponenti delle classi dirigenti e dove nessuno di questi nodi è essenziale agli altri, per cui questa rete continua a funzionare regolarmente anche quando alcuni di questi nodi vengono colpiti. Questa immagine, anche se in prima istanza sembra toglierci la speranza di una società senza mafia, è lucida perché ci permette di percepire le difficoltà che abbiamo davanti.
La tela senza ragno ci dice che la battaglia contro la criminalità mafiosa sarà ancora lunga e che non riguarda solo la lotta all’illegalità, ma la trasformazione della società: la formazione di una nuova coscienza politica, la costruzione della legalità nelle culture popolari, nei territori, nelle relazioni, nelle imprese e soprattutto nelle varie istituzioni pubbliche.
La lotta alla mafia da parte dello Stato ha avuto fasi diverse, alcune di scarsa attenzione al fenomeno altre di forte mobilitazione. Quello che possiamo dire è che la criminalità mafiosa è fortemente cresciuta nonostante la costituzione di una commissione parlamentare antimafia permanente e l’istituzione di un dipartimento della magistratura specificamente rivolto a indagare e perseguire i crimini mafiosi, C’è da chiedersi, perché tutto ciò non è bastato per frenare questa crescita? Eppure vi è stato l’impegno e il martirio di persone eccezionali che hanno impegnato tutte le loro forze intellettuali e morali e molti sono i casi di grandi successi delle forze dell’ordine e della magistratura nella lotta contro la mafia. Evidentemente i caratteri di questo fenomeno non si possono combattere solo con la repressione e se l’azione della magistratura e delle forze di polizia sono assolutamente necessarie, non sufficienti a contrastare la sua riproduzione e la sua espansione. I motivi della inefficacia dell’azione repressiva sono essenzialmente due: l’azione di manipolazione e le difficoltà a proporre concretamente percorsi di crescita civile e d’integrazione sociale soprattutto nelle zone più povere. Nel primo caso notiamo una situazione molto particolare, c’è un pezzo delle istituzioni che combatte l’azione mafiosa e un altro che, invece, o si serve di quella azione o la subisce o comunque ha imparato a convivere con essa. Questa situazione così variegata ha creato una separazione tra l’azione repressiva e l’azione culturale e sociale di contrasto e di resistenza al potere mafioso.
L’altro aspetto importantissimo, ma di cui si parla poco, è la capacità di offrire sui territori percorsi legali d’integrazione sociale. Questa debolezza è particolarmente grave sia in alcuni quartieri popolari delle aree urbane, dove la disuguaglianza si confonde con il degrado, sia in molti paesi dell’interno, dove i commerci illegali costituiscono l’unica vera forma di mercato presente. La mancanza di altre opportunità orienta soprattutto i giovani verso le attività criminali. Questo processo permette il radicamento mafioso sul territorio, la sua riproduzione e spesso anche la sua crescita. In questo caso il problema è la debolezza della regolazione sociale. Parlare di regolazione sociale significa far riferimento all’insieme dei criteri con cui avviene l’allocazione delle risorse, ai modi di funzionamento e d’integrazione nelle varie sfere, alla prevenzione ed alla soluzione dei conflitti. Le grandi questioni che riguardano la regolazione sociale sono l’ordine sociale, la solidarietà, la cooperazione, lo scambio. Parlare di debolezza della regolazione sociale nel Mezzogiorno significa rileggere la presenza e l’assenza di questi elementi nella storia delle regioni meridionali. L’approccio che conviene seguire per analizzare i processi di regolazione e di istituzionalizzazione è quello di studiare i produttori di regolazione, cercando di evidenziare quali forme d’istituzionalizzazione essi hanno prodotto e stanno producendo. Leggere questa debolezza vuol dire indagare sui produttori di regolazione cioè su comunità, mercato e politica. Siamo abituati a pensare solo alla regolazione istituzionale, in altri termini alle leggi dello Stato e non alle norme ed ai valori degli altri produttori di regolazione sociale. La debolezza della legalità nel Sud d’Italia va letta non solo sulla incapacità dello Stato a fronteggiare questi processi, ma anche nella incongruità tra i valori e le norme sociali prodotte dalla comunità, dal mercato e dalla politica. Aggiungerei a questi produttori i gruppi d’interesse (Confindustria, Organizzazioni Sindacali ecc..) che nella nostra società hanno una caratterizzazione molto particolare.
Attraverso questo modo di leggere il fenomeno dell’illegalità, notiamo che la lotta alla mafia non può essere delegata ad alcuni organi dello stato, ma deve essere perseguita in ogni sfera della vita sociale. Fare prevenzione al fenomeno mafioso vuol dire perseguire contemporaneamente esperienze legali d’integrazione sociale e di educazione. Dividere questi fronti significa rendere inefficace la lotta alla mafia e ridurre la legalità ad un problema normativo e retorico, cioè a leggi senza legittimazione e a una educazione astratta senza radici sociali. A tal proposito vorrei terminare questa riflessione citando un testimone straordinario della lotta alla mafia e della costruzione sociale della legalità Don Italo Calabrò:
“Riteniamo nostro primo dovere rinnovare la condanna, chiara ed esplicita, ad ogni forma di mafia, cancro parassitario, esiziale, che rode la nostra compagine sociale; succhia con i taglieggi il frutto di onesto lavoro; dissolve i gangli della vita civile; con sequestri che non risparmiano più neppure le donne e i bambini e con uccisioni cinicamente consumate, irride e calpesta i valori più alti e gli affetti più sacri della vita. …Siamo qui riuniti per isolare i mafiosi, mandanti, esecutori, complici, chiunque essi siano e dovunque si annidino. Siamo qui per stabilire un costume di nonviolenta, ma ferma opposizione alla mafia. …Occorre reimpostare una cultura della vita. Occorrono obiettori di coscienza e nonviolenti, che pratichino metodi e tecniche di resistenza alle intimidazioni della mafia, che facciano fronte alla mafia promuovendo una mobilitazione della coscienza attraverso assemblee popolari, denunce e atti pubblici. …Sarà una battaglia difficile, ma si potrà vincere se ci sarà concordia di intenti non soltanto sulle strategie, ma anche sulle tattiche …Non si tratta di una lotta di breve durata. Il male è ormai troppo radicato per poter pensare di vincere senza impegno, costanza e continuità temporale oltre che spaziale”.

Il prof. Guido Leone durante il suo intervento all fine della Tavola Rotonda
ONORIFICENZE

Al prof Franco Palumbo Presidente del Conservatorio "Francesco Cilea" R.C.


Al Viceprefetto Giuseppe Priolo consegna l'Assessore al comune di delianuova Francesco Giorgi

Il dott. Roberto Di Palma con i figli insieme all'arch. Tommaso Pietropaolo

PREMIO NICOLA CALIPARI

In Aspromonte Premio ai progetti scolastici
di educazione alla legalità
"NICOLA CALIPARI"

PRIMA EDIZIONE
DELIANUOVA - 5 AGOSTO 2007

REGOLAMENTO

Art. 1 - È istituito, a partire dalla quinta Giornata Regionale di Educazione alla legalità in Aspromonte, che avrà luogo domenica 5 agosto 2007, il Premio ai migliori progetti di educazione alla legalità realizzati dalle scuole di ogni ordine e grado della provincia di Reggio Calabria nel corso dell'anno scolastico 2006/2007.

Art. 2 - Il premio è dedicato alla memoria di "Nicola Calipari", ucciso in Iraq il 4 marzo 2005 nell'adempimento del supremo dovere di funzionario dello Stato di origini deliesi per discendenza materna.

Art. 3 - Il premio persegue la finalità di valorizzare l'educazione alla legalità quale processo permanente nella scuola teso non soltanto al richiamo al rispetto delle regole condivise nella convivenza civile, ma a dare slancio etico e tensione a perseguire individualmente e collettivamente la difesa dei diritti umani, della pace e del contrasto alla mafia e ad ogni forma di violenza e intolleranza nella società.
Art. 4 - Entro e non oltre il 30 giugno dovranno pervenire alla sede dell’Associazione culturale "Nicola Spadaro" in Delianuova (RC) - via Roma n. 12 i plichi scolastici contenenti la seguente documentazione:
a) la relazione conclusiva redatta in non oltre cinque cartelle in duplice copia, firmata dal docente responsabile del progetto e da due studenti delegati per ogni classe coinvolta;
b) la documentazione cartacea, grafica o multimediale del progetto:
c) la dichiarazione a firma del dirigente scolastico attestante che il progetto è stato effettivamente realizzato nel corso dell'anno scolastico 2006/2007e da quali eventuali soggetti/enti pubblici o privati è stato sostenuto.

Art. 5 - Una giuria, composta da rappresentanti della scuola, della giustizia, del giornalismo e della cultura, procederà alla selezione e alla valutazione dei migliori progetti scolastici attribuendo tre premi per ogni grado di scuola. Saranno attribuiti anche riconoscimenti individuali nel caso siano segnalati dalle scuole di appartenenza esempi straordinari di altruismo e bontà.

Art. 6 - Le delegazioni delle scuole premiate, alle quali sarà inviata la comunicazione del premio assegnato entro il 15 luglio, saranno impegnate a partecipare alle manifestazioni della giornata regionale di educazione alla legalità in Aspromonte e saranno destinatarie di attestati di partecipazione individuale. La targa del premio dovrà essere ritirata dal dirigente scolastico o da suo delegato. I progetti premiati saranno pubblicati negli atti della manifestazione a cura dell'Associazione "Spadaro".

Alcune alunne dell'I.C. di Delianuova ricevono la targa per il premio "Nicola Calipari"

ALLA MEMORIA
DELLE VITTIME DELLA CRIMINALITÀ
Fortunato La Rosa
(nel ricordo della moglie)
Dottor Scerra,

non è facile scrivere la biografia dell'uomo con cui si sono condivise gioie e dolori per 35 anni.
Per non correre il rischio di cadere nella retorica o nel sentimentalismo, ho ridotto le notizie all'essenziale: sono certa della sua comprensione.
Fortunato La Rosa nasce a Canolo il dicembre 1941, ma cresce a Roccella Jonica dove la famiglia si trasferisce quando il padre vince il concorso di medico condotto.
Dopo aver intrapreso gli studi classici, nel 1969 si laurea in medicina e chirurgia presso l'Università di Siena, con 110/110 e lode.
Dopo una breve esperienza come medico di base prima ad Anoia, poi a Stignano, conseguita la specializzazione in clinica oculistica, inizia la carriera ospedaliera nel reparto oculistico del nosocomio di Vibo Valentia prima, di Locri poi ed infine dì Oppido Mamertina, dove apre il reparto di oculistica che bene funziona fino al dicembre 1996, data in cui si congeda per dimissioni volontarie.
Da quel momento si preoccupa di rimettere in ordine e migliorare le proprietà ereditate dal padre e da uno zio, nel territorio di Canolo.
L'ultimo lavoro intrapreso è stata la bonifica di un uliveto danneggiato dall'alluvione del 2000, realizzando un contenimento con "gabbioni".
Uomo generoso, ma di ferrei principi, per non sottostare a prepotenze e vessazioni, si rivolge ripetutamente alle autorità.
L'8 settembre 2005, mentre tornava da Canolo Nuova alla propria abitazione di Locri, viene ucciso in un agguato tesogli lungo la strada.
Accludo una foto di mio marito e, se riterrà opportuno pubblicarla, una foto della sua ultima "fatica agricola".
Le auguro di cuore un sereno Natale ed un felice anno nuovo in compagnia della sua Famiglia. Con sempre affettuosa stima e simpatia.
Viviana Balletta La Rosa
Qualche giorno dopo, ancora commossa per la cerimonia in memoria del proprio marito, la dott.ssa Balletta La Rosa inviava questa lettera al presidente dell’Associazione, dott. Giuseppe Scerra.

Gentile Dottore,
vorrei riuscire ad esprimere la gratitudine mia e dei miei figli per aver voluto ricordare mio marito in quella che è stata una riunione toccante, ma anche molto interessante per la nobilità e serietà di intenti.
Ho molto apprezzato il concerto dell’Orchestra di fiati “N. Spadaro” che per me è stata una piacevole sorpresa.
Ma, soprattutto, ho avuto il grande onore di conoscere lei, persona di evidente notevole spessore morale, la senatrice Villecco Calipari, donna molto intelligente e disponibile, ed i signori Frisina che hanno ricordato mio marito con stima ed affetto.
La saluto molto cordialmente e le auguro un buon proseguimento dell’ottimo lavoro intrapreso.
Viviana La Rosa Balletta

Alla fine applausi d'obbligo

Il libro finito di stampare nel mese di Luglio 2008 presso l'Officina Grafica s.r.l. Villa San Giovanni (RC)
Le foto sono state gentilmente fornite da FotoParis di Franco Italiano
Nuove Edizioni Barbaro di Caterina Di Pietro
Via Umberto I, 156
89012 Delianuova (RC)
Tel 0966966863
www.nuoveedizionibarbaro.it

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Consulente web
Ing. Marco Pietropaolo


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Aspromonte: da simbolo dell’illegalità a incrocio di valori e sviluppo nella pace e nella convivenza civile

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